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26 febbraio 2008




permalink | inviato da sdchieti il 26/2/2008 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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23 febbraio 2008



permalink | inviato da sdchieti il 23/2/2008 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sabato 23 febbraio a Palombaro
19 febbraio 2008



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Prove di Grande coalizione?
19 febbraio 2008

PAR CONDICIO, PROVE DI GRANDE COALIZIONE
Dietro l'altolà l'accordo in Vigilanza per la spartizione degli spazi nelle tribune elettorali

ROMA — L'offensiva dipietrista contro Mediaset ha messo ieri in difficoltà Veltroni e ha fatto traballare l'asse con il Cavaliere alla vigilia delle prime «prove tecniche» di larghe intese. Prove tecniche che inizieranno oggi in Parlamento e si consumeranno nell'accordo in commissione Vigilanza Rai tra Pd e Pdl per la spartizione degli spazi nelle tribune elettorali sulla Tv di Stato. È un'intesa alla quale gli sherpa dei due leader lavorano riservatamente dal giorno in cui Napolitano ha sciolto le Camere, ed è frutto di «interessi convergenti», di una «comune interpretazione » della par condicio, che sicuramente contrasta con quella delle altre forze politiche — dalla Sinistra arcobaleno all'Udc — e preannuncia uno scontro durissimo anche con Radicali e Socialisti.
Ma ieri Di Pietro ha rischiato di compromettere tutto. La sua proposta di ridurre il Biscione a «una sola rete» ha scatenato la reazione del fronte berlusconiano contro Veltroni. Colto di sorpresa e imbarazzato, il leader democratico ha tentato di limitare i danni: anzitutto ha chiamato l'ex pm, invitandolo a rettificare e a «rispettare il patto di alleanza»; poi si è affidato a Follini, responsabile per le Comunicazioni del Pd, per «circoscrivere l'incidente » con una nota ufficiale. È stato un intervento tampone quello di Veltroni, inviperito per i contraccolpi politici determinati «dalla leggerezza con cui Di Pietro ha rilasciato quelle dichiarazioni », e preoccupato di «riproporre agli elettori un'immagine vecchia »: l'immagine cioè della coalizione prodiana del 2006, e di un leader che non riesce a governare la propria alleanza. Finora l'ex sindaco di Roma era stato abile a far dimenticare l'Unione e le sue beghe, così com'era stato abile a parlare di sistema televisivo davanti alla Costituente del Pd: sabato aveva affrontato il nodo Rai, rilanciando l'idea del ministro Gentiloni di «autonomizzare » il servizio pubblico dai partiti con la creazione di una «Fondazione ». Oltre non era andato, nè avrebbe voluto farlo. Invece il capo dell'Idv l'ha risospinto su «posizioni antiquate », riproponendo «logiche da espropri » che non hanno più senso: «Di Pietro — si è lamentato Veltroni con i suoi — si è accorto che è nata Sky? Che c'è il digitale terrestre? Che in prospettiva le reti analogiche non sono più il core business del settore?».

È vero. Ma è altrettanto vero che nella sfida di aprile per palazzo Chigi le reti analogiche restano ancora importanti. Perciò oggi in Vigilanza le due maggiori forze inizieranno un gioco di sponda sul regolamento delle tribune elettorali, basato sul voto incrociato di una serie di emendamenti su cui è stato raggiunto l'accordo. L'intento — secondo autorevoli fonti di entrambi i partiti — è garantire che Pd e Pdl sulle reti Rai «non siano danneggiati dalla par condicio». Nessuno accredita ufficialmente l'operazione. Il presidente della Commissione, Landolfi di An, si limita a dire: «Bisogna fare in modo che un "summum ius" — cioè la par condicio — non si trasformi in "summa iniuria" per partiti più rappresentativi ». E il capogruppo democratico Morri sottolinea come sia «ormai evidente che si è costruito un clima mediatico in cui la competizione per il governo del Paese passa tra Pd e Pdl». Più chiaro di così... A parti rovesciate Sinistra arcobaleno, Udc, Socialisti, Radicali e Destra temono di venir penalizzati nella tv di Stato dall'alleanza Veltroni-Berlusconi.
E preparano le barricate sapendo che oggi si disputerà solo la prima fase del match: quella che regolamenta gli spazi di comunicazione fino al 10 marzo. Sarà soprattutto nella seconda fase che si accenderà lo scontro, perché si dovranno stabilire i tempi da assegnare nelle tribune Rai alle liste e alle coalizioni candidate, per il periodo che va dal 10 marzo fino al termine della campagna elettorale. Allora andrà stabilito se anche i programmi giornalistici — da Porta a Porta ad AnnoZero a Ballarò — dovranno usare il bilancino con «tutti» i partiti e con «tutti» i candidati premier: «È assurdo — sostiene il ministro Gentiloni — equiparare quei contenitori alle tribune, e pretendere un'assoluta parità. Il rischio è non consentire alla Rai di fare informazione». Ora che non ci sono più solo due coalizioni, Pd e Pdl si alleano contro gli alleati di un tempo e costruiscono le larghe intese sugli spazi in tv. Come dice il democratico Lusetti «competition is competition».
Francesco Verderami
19 febbraio 2008

da www.corriere.it




permalink | inviato da sdchieti il 19/2/2008 alle 23:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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14 febbraio 2008




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La scelta solitaria di Veltroni
8 febbraio 2008

nuovo che avanza o un azzardato segno di debolezza?Nome Fontdi Michele Prospero*

E’ poi davvero così coraggioso Veltroni a correre da solo? Sul serio egli vola molto alto sfidando antiche incrostazioni di questo ormai bipolarismo decrepito? Insomma: quanto è sostenibile l’idea che da una parte c’è la nuova offerta politica che avanza (il partito democratico finalmente affrancato dalla zavorra degli alleati) e dall’altra solo il vecchiume di indomiti ed estremisti-conservatori? Sarà ormai un indicatore scarsamente significativo nei tempi della politica ridotta a immagine, ma le scelte in politica si valutano anzitutto sulla base del loro aggancio con il principio di realtà. L’effettuale che Machiavelli contrapponeva agli sterili castellucci di carta non si è dissolto nell’etereo mondo del virtuale e della videopolitica. E l’effettuale nella sua ruvidezza esige di non trascurare almeno due cose: la tua forza reale, anzitutto e la forza racimolata dagli avversari, in secondo luogo.
Questo ancoraggio al dato reale è il punto di partenza, il resto sono chiacchiere. La forza reale dà il senso a una strategia politica. Con il 28 per cento accreditato dai sondaggi, il Pd è persino sotto il dato delle precedenti consultazioni. Avrebbe di che riflettere. Ma, ammesso che i testardi numeri siano disponibili a volatilizzarsi facilmente dietro l’immagine di un leader che solo sfida il resto del mondo, l’obiettivo massimo raggiungibile al traguardo non potrà oltrepassare il 35 per cento. Percentuale buona per racimolare una discreta pattuglia parlamentare (che non guasta in tempi di magra) ma non per vincere. Correre da solo senza prima aver mutato la legge elettorale (con quel congegno alla tedesca così inviso a Veltroni) è un segno di azzardo, non certo di sobrio realismo. Si può comprendere il giubilo di Giuliano Ferrara dinanzi all’incredibile rinuncia preventiva al successo decretata da parte del Pd, ma un po’ di fredda analisi non potrà certo celebrare come innovazione politica rilevante una ritirata ratificata prima ancora di combattere.
Certo neanche vincere con le vecchie ammucchiate si è rivelato accattivante. Ma piuttosto che rinegoziare i contenuti di un programma serio e circoscritto, si è preferito buttare tutto all’aria. Il risultato è che il partito con maggiore potere coalizionale (e si presume con una maggiore responsabilità politica) tramuta la guerra esterna contro la destra in guerra di annientamento interna contro gli alleati d’un tempo. Tutto lecito, per carità, ma per quale prospettiva politica (seria, non di propaganda)? Sparare sugli alleati contando su una vittoria a loro dispetto è un conto, colpire all’impazzata i partner sapendo comunque di perdere insieme a loro è un’altra storia. Segnale di debolezza, non certo di coraggio. Debolezza perché con la sua furia demolitrice di ogni patto (persino al senato), Veltroni svela che l’obiettivo è una resa dei conti tra perdenti, non la costruzione di una più credibile alleanza per vincere.
Vincere, appunto. Potrà davvero essere accattivante un leader solitario che propone ai suoi elettori di arrivare secondo? Veltroni e i suoi consiglieri trascurano il dato più significativo: in elezioni che non hanno come posta in gioco la carta più rilevante, il governo, è difficile sfondare e anche motivare il tuo esercito è arduo Più probabile è che la certezza di aver consegnato il potere a Berlusconi induca alla frustrazione, all’abbandono. La defezione, l’uscita non sono da scartare. Anzi. Sostenere che gli alleati erano insopportabili e che conviene perciò perdere restando in piedi è poco più che infantilismo politico. Veltroni trasferisce a una consultazione che resta maggioritaria (il famoso premio alla coalizione che ottiene anche un solo voto in più) le regole delle elezioni della prima repubblica quando importante era competere con il tuo vicino per rosicchiare qualche decimale in più di voti. Ma questa riesumazione di una campagna elettorale identitaria e d’appartenenza quando però non si dispone di partiti identitari (il Pd è un arcipelago di signorotti delle tessere e di microfazioni) e soprattutto esiste un appetitoso premio di coalizione è davvero ineffabile.
La sensazione è che Veltroni si sia lasciato troppo tirare per la giacca dai titolari della costituzione materiale del Pd (gruppi editoriali amici, la Repubblica, Il Corriere, La Stampa). Questi editorialisti, che si vantano di saperla lunga, hanno orchestrato una pomposa esaltazione del nuovo capo che indomito sfida il mondo e … cade nobilmente. Più che un leader vincente, un predestinato al martirio. Un politico accorto dovrebbe preoccuparsi di certe amicizie che per sostenerlo esaltano la nobiltà della sconfitta. Dietro i ragionamenti dei consiglieri del Pd affiora solo uno sconfortante vuoto. Il loro ragionamento all’osso si riduce a questo: solo la figura di Veltroni è il dato nuovo in un mondo ammuffito. Per essere nuovo occorre che egli sia disposto ad andare fino in fondo e, con lo scalpo della sinistra, precipitare nel baratro della sconfitta irreparabile. Anche nel lessico di Veltroni la sensazione è che egli si sia lasciato attrarre e sviare dalle pratiche del marketing. Parla con trasporto di una offerta politica che deve conquistare spazio enorme, per via del marchio nuovo che l’accompagna, destinato ad assorbire con estrema attrazione segmenti rilevanti di mercato politico (centro, voto di opinione). Il marketing può essere uno strumento, non può essere la proposta. Questa confusione porterà Veltroni ad un tonfo dal quale difficilmente si rialzerà   
Chi di marketing se ne intende un po’ di più, Berlusconi, e qui si tocca la questione della forza degli altri, sa bene che la carta della novità dell’offerta non necessariamente va giocata. Non sempre essa è quella vincente. Fu valida nel 1994, ma non può essere riproposta oggi. Con l’inopinata decisione di Veltroni di non combattere, il cavaliere può dormire tranquillo, può permettersi anche errori clamorosi. Tanto anche se perde 20 punti del suo consenso, il successo non gli mancherà. La destra conferma di non avere un collante politico e di marciare a ranghi compatti per esigenze patrimonialistiche (Berlusconi) e per le voglie revansciste tipiche del polo escluso (la destra). Casini in questo gioco duro si è perso per strada e la sua istanza di una autonomia moderata è stata subito ritirata per non cadere sotto il tiro del fuoco amico. Questa destra irresponsabile (dinanzi agli inviti del capo dello Stato ha girato le spalle, ostinata essa resta indifferente ai richiami piuttosto espliciti della corte costituzionale circa l’illegittimità della vigente legge elettorale, e anche di quella che seguirà l’eventuale referendum). E’ miope Veltroni a dare per assodato che questa destra sia ormai normalizzata e che un suo ritorno a palazzo Chigi sia un irrilevante fatto fisiologico. Sbaglia di grosso Veltroni. E vista l’aria che tira dentro il Pd c’è da starne certi che nella prossima legislatura metteranno di nuovo mano (la destra e il Pd insieme) sulla carta costituzionale. Il recente monito di Napolitano a escludere il presidenzialismo e il semipresidenzialismo dal novero delle riforme possibili sarà agevolmente accantonato. E’ una certezza: il populismo piazzaiolo della destra e il nuovismo costituzionale del Pd daranno filo da torcere.

*Docente di filosofia della politica e componente il Comitato Promotre di Sd




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Lettera di Sinistra Arcobaleno a Veltroni
7 febbraio 2008

Nel presentare di seguito la lettera che la sinistra arcobaleno ha inviato a Veltroni mi permetto, scusandomi in anticipo, di fare una semplice riflessione che, in fondo, è una domanda a cui non trovo risposta: la missiva in questione rappresenta la fine della sinistra e dell'unità dei soggetti che fino ad oggi si dicevano favorevoli, oppure è l'inizio effettivo di questo processo unitario? Non si capisce molto se fino ad oggi abbiamo scherzato dicendo di perseguire l'unità con la sinistra l'arcobaleno, oppure se vogliamo essere seri andando fino in fondo. In buona sostanza, da dirigenti di forze politiche di sinistra ci si aspetterebbe ben altre azioni che non la lettera - quasi una supplica - rivolta ad un partito che ormai le sue decisioni le ha prese, visto che le scelte che compie sono ben evidenti a tutti e non comprendono la sinistra quale punto di riferimento. Spero di sbagliarmi, rinnovo le scuse e mi prendo la responsabilità di aver fatto questo commento fuori luogo invitando ad inviare commenti che mi possano aiutare. Grazie.

Severino Ranieri


Caro Veltroni,

le elezioni ormai imminenti ci spingono, per senso di responsabilità, a chiedere una verifica politico-programmatica al Partito Democratico.
Durante i 20 mesi del governo Prodi, la sinistra della coalizione ha ripetutamente invocato il rispetto del programma dell’Unione, ha difeso le sue ragioni, non ha mai spinto alla crisi. Il voltafaccia trasformista  è venuto da gruppi centristi.
Noi pensiamo che ora non si debba facilitare il compito della destra, consegnare a cuor leggero e su un piatto d’argento la vittoria a Berlusconi.
Tu hai più volte ripetuto che “la discriminante è programmatica”.
Bene. Per questo ti chiediamo un incontro urgente per verificare esattamente possibili convergenze ed eventuali distanze di posizioni politiche e punti di programma.
D’altronde, quando pareva che il governo potesse rilanciarsi con una svolta, abbiamo lavorato intorno ad un proposta – presentata il 10 gennaio scorso all’incontro del centrosinistra -  che toccava le questioni di fondo: salari, potere d’acquisto delle retribuzioni, lotta alla precarietà, diritti civili, nuovo paradigma di uno sviluppo centrato su ricerca ed ambiente, pace e disarmo.
Sono le questioni che ci piacerebbe portare al confronto con voi
In attesa di una risposta

Roma, 6 febbraio 2008




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