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ELEZIONI IN SICILIA
26 febbraio 2008

RITA BORSELLINO CANDIDATA CAPOLISTA DELLA SINISTRA L'ARCOBALENO.

Parte I. Elezioni: Rita Borsellino candidata premier

La sorella del magistrato ucciso dalla mafia correrera' nella lista "Per il bene comune"Palermo 11 feb. - Il vocabolo unità sembra scartato da ogni dizionario della politica, soprattutto quella di sinistra.
Dopo le dimissioni di Salvatore Cuffaro, Rita Borsellino, che nelle ultime consultazioni regionali aveva ottenuto il 43% dei consensi, cioè una percentuale superiore alle preferenze ottenute dall'intera coalizione del centrosinistra, aveva chiesto chiarezza sul nome del futuro candidato governatore, pretendendo che almeno fosse una scelta unitaria e condivisa.
Detto fatto! Il Partito democratico, arrogandosi non si sa bene quale diritto, ha autonomamente proposto Anna Finocchiaro, cui la sinistra ha immediatamente contrapposto un'alternativa indubbiamente forte: il sindaco antimafia di Gela, Rosario Crocetta.
Saro Crocetta si è detto lusingato, ma ha saggiamente dichiarato "Io sono un soldato antimafia, ma un soldato semplice. Sarò lieto di portare la mia esperienza di amministratore comunale ad un livello più alto, a patto che questa sia una scelta di tutta la sinistra".
Il Pd rivendica dunque, non si sa a quale titolo, la presidenza della regione, del tutto sordo agli appelli della società civile. Del resto, già nelle scorse elezioni, quando Berlusconi e Casini si precipitarono in Sicilia per sostenere con forza Totò Cuffaro, l'appoggio nei confronti di Rita da parte dell'Unione fu decisamente tiepido.
Non lo spessore del risultato ottenuto, non l'accorato appello della Borsellino dopo il voto "Adesso non lasciatemi sola", smossero gli alleati.
Troppo scomoda, troppo intransigente, troppo anomala Rita Borsellino per una politica che trova inconcepibile ed intollerabile che un dirigente non sia iscritto a nessun partito e la sorella del magistrato massacrato in via D'Amelio di tessere non ne ha.
Ed ora? Anche la Borsellino parrebbe tentata di continuare il suo percorso per l'affermazione di giustizia e legalità ad un livello più alto, candidandosi
premier alle prossime politiche nella lista "Per il bene comune".
E sarebbe in buona compagnia, Rita, con la benedizione di Beppe Grillo, la lista è sostenuta da Cittadinanza di Elio Veltri, dalla lista civica nazionale di Roberto Alagna, da Giulietto Chiesa e dal senatore dissidente Fernando Rossi, ex Pdci.
L'impresa è titanica, Rita Borsellino per essere eletta  alla Camera dovrebbe ottenere il 4% nazionale, mentre per il Senato dovrebbe raggiungere il 5% regionale.
Ma questa partita vale la pena di essere giocata fino in fondo
da www.voceditalia.it

Parte II. PALERMO, 24 FEB - 'La candidatura alla presidenza della Regione siciliana di Raffaele Lombardo e' stata molto sofferta nel Pdl . E' arrivata dopo tanti, troppi ritardi in cui le forze del centro destra hanno cercato di trovare faticosamente un accordo siglato solo ieri a tarda sera alla vigilia della campagna elettorale del leader dell'Mpa'. Lo afferma Rita Borsellino, intervenendo stamattina ad un incontro della sinistra Arcobaleno, di cui lei sara' capolista per le regionali.
'E' questo e' in contrasto con quanto accaduto nel centro sinistra - aggiunge - in cui l'accordo trovato vede la Sicilia, e non le candidature personali, alla base del progetto, in un disegno unitario'.

Parte III. Si e’ aperta questa mattina a Palermo la campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno, che candidera’ come capolista per le regionali Rita Borsellino. Stiamo cercando di portare avanti un impegno che garantisca il meglio alla Sicilia - spiega la Borsellino - per confermare un percorso unitario”.
“La questione morale, la lotta antimafia, i temi del lavoro e dell’ambiente saranno al centro del programma della Sinistra Arcobaleno“ come spiega il segretario provinciale del Prd Giusto Catania.




permalink | inviato da sdchieti il 26/2/2008 alle 22:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Verso le elezioni (25 febbraio 2008)
26 febbraio 2008
Il Pd ha strappato ogni legame con la sinistra.

Il  patto prima sotterraneo ora sempre più esplicito stretto da Pd e Pdl, che prevede l’attribuzione di un significato costituente alle prossime elezioni magari con governi comuni in caso di parità al senato, non sembra reggere alla prova dei fatti. Non che i contraenti ci abbiano ripensato, ma i testardi fatti sembrano rifiutare di rientrare supinamente in disegni fin troppo schematici. L’intenzione è piuttosto esplicita: approfittare della forza coercitiva del premio di maggioranza (che Veltroni e Berlusconi si sono guardati bene dal cancellare, magari folgorati dalle pregiudiziali di incostituzionalità formulate dalla Consulta) per semplificare il quadro politico. Il premio di maggioranza che non potrà sfuggire ad uno dei due costituisce il punto di partenza dell’intesa, e per questo nulla di serio è stato concesso a Casini per una soluzione alla tedesca che evitasse il voto. Il patto Berlusconi –Veltroni in verità non può prescindere dall’eccezionale entità del premio di maggioranza, unica colla per una politica in sé fragile. Grazie ad esso è per loro possibile definire un nuovo sistema favorendo aggregazioni (più omogenee solo in facciata) attorno ai due più grandi partiti ed esercitando nel contempo un forte potere di ricatto sulle piccole formazioni, escluse da ogni possibilità di conquistare il premio di maggioranza e pertanto irrise come inutili. Il proposito di semplificazione ha un indubbio punto di forza nella volontà presente anche nell’elettorato di superare la frantumazione sbarazzandosi dei piccoli partiti personali. Ma la raccolta di un desiderio anche diffuso di dare vita a più consistenti partiti non può essere fatta con l’esclusiva clava del sistema elettorale. In questo potere taumaturgico assegnato a delle tecniche elettorali riemergono illusioni antiche. Il risveglio potrebbe essere amaro.
L’alleanza di ferro tra Pd e Pdl (avviata già negli ultimi gironi del governo Prodi, nel corso delle stravaganti consultazioni avviate dal segretario del Pd che di fatto hanno sciolto le righe della maggioranza) mira a costruire un nuovo sistema politico che moltissimo somiglia al vecchio. Dalla crisi evidente del bipolarismo Veltroni e Berlusconi intendono uscire al loro modo, ossia non uscendone affatto. Le loro strategie in ciò si tengono strettamente: sono il vecchio che resiste per lucrare vantaggi, non sono affatto il nuovo di cui la democrazia avrebbe bisogno. Comune ad entrambi è il disegno di porre una solida camicia di forza per bloccare i processi di riassestamento del sistema politico verso un fisiologico pluripartitismo moderato e in grado di tamponare frantumazioni eccessive. Il nuovo che essi incarnano in realtà è solo il mantenimento del vecchio ordine antico che non sa prescindere da gare fasulle per accaparrarsi il premio. E per conservare l’antico stato di cose, nulla c’è di più utile che il vecchio arnese del “porcellum” che consente di nominare i deputati, di stipulare contratti con forze politiche che entrano in listoni eterogenei, prenotano elezioni sicure e rimborsi in cambio di una costosa rinuncia al simbolo. Come l’antico bipolarismo era nient’altro che una artificiale sovrastruttura imposta dalla legge elettorale, così anche il nuovo bipolarismo disegnato dal Pd e dal Pdl e imposto da un immane monopolio di media e denaro è null’altro che un gioco acrobatico impensabile senza la protezione del premio di maggioranza. Di nuovo c’è solo che mentre prima la coazione del maggioritario consigliava di includere i diversi, ora sempre la dura coazione del maggioritario viene evocata per escludere i diversi. La “bella” politica di Veltroni al pari di quella aziendale di Berlusconi è impensabile senza la scappatoia del premio di maggioranza assicurato dal porcellum, alla faccia delle clausole della costituzione. In tal modo però non si dà alcuna seria risposta alla decomposizione del vecchio bipolarismo. Si coltiva solo l’illusoria scorciatoia di mettere cerotti a partiti sfiancati gratificandoli di premi a portata di mano. Potrà nascere un più funzionante sistema politico solo facendo leva sul potere intimidatorio del premio di maggioranza? 
Eppure c’erano più serie vie d’uscita dal pantano di un bipolarismo esangue. Si poteva ad esempio adottare un sistema proporzionale razionalizzato (ruotante cioè su aggregazioni a destra, a centro, a sinistra) come più fedele e meno discorsivo congegno capace di rappresentazione del reale senza tuttavia agevolare decomposizioni e frantumazioni. Non è stato neppure preso in considerazione un sistema a 6 soggetti politici rilevanti, e per questo l’accelerata fuga verso il bipartitismo di cartapesta accentuerà la crisi della democrazia. Altro tempo si perde a inseguire illusioni che non tarderanno a rivelarsi tali purtroppo incentivando un declino sociale, economico, culturale che pare ormai irreversibile. C’era bisogno di più rappresentanza, di più mediazione, di più partiti con ideologie coerenti dopo le nefaste illusioni del leader da solo al comando che in realtà genera (la Campania insegna) solo immobilismo, fuga dalla responsabilità. Niente, si continua a credere che la politica sia immagine, americanismo sbruffone, leaderismo improvvisato e senza istituzioni di contenimento. Una catastrofe, altro che nuovo che avanza. Quello che emerge di sicuro è che Pd e Pdl si somigliano sempre di più, negli stili, nei simboli, nei programmi, nel ceto politico, negli interessi sociali tutelati, nelle credenze istituzionali (meglio nell’incultura istituzionale). Veltroni sembra un Berlusconi redivivo che parla il linguaggio dei sondaggi e si richiama persino alla esemplare forza di verità degli scommettitori. E’ impossibile smentire la cruda descrizione di Giorgio Bocca sul trionfo dei neomoderati: “il partito democratico si sta già preparando alla grande coalizione, volta le spalle alla sinistra, si appresta a formare il partito dei buoni cittadini che trascurano le idee e pensano al fare, che naturalmente sarà anche il partito del rubare”. Per questo le prossime elezioni un significato costituente lo possono avere per davvero, nel senso però che in gioco è la sopravvivenza della sinistra (che tutti i media vorrebbero azzittire in questo omologato sentire comune moderato) e della minimale democrazia rappresentativa.
Sull’Espresso in un pezzo di Berselli viene finalmente chiarito il senso della campagna elettorale del Pd. Impossibile la vittoria, a causa anche di una condotta suicida scambiata per coraggio, l’imperativo che il settimanale suggerisce è quello di cadere in piedi. Lo scenario ottimale prevede cioè una vittoria non schiacciante del cavaliere, un Pd forte e solitario pronto magari a intese post-elettorali con la destra in casi di evenienza. I crudi sondaggi mostrano che la pretesa ascesa di Veltroni è un puro sogno malgrado il grande dispendio mediatico profuso. A fatica i sondaggi vedono un Pd raggiungere le percentuali raccolte da Ds e Margherita nelle passate consultazioni. Improbabile perciò la conquista di ampie fette di elettorato alla destra (il capolavoro di Veltroni rischia anzi di consegnare una maggioranza assoluta a un Pdl ad egemonia postfascista), ogni mezzo va dirottato per catturare il consenso a sinistra. In tal senso vanno lette anche le recenti e fitte campagne acquisti. La volontà è quella di diminuire sensibilmente il peso della sinistra e di dare l’impressione di un Pd coraggioso e pure in crescita: questa è la cupa strategia che prevede di tutto, persino gli imbarazzanti sondaggi di Ballarò che danno la sinistra al 6 per cento. Come a dire, nessun futuro, solo un riserva per inaffidabili puri e duri.
Tutto dunque ruota per il Pd attorno alla precisazione di tecniche di marketing e di abboccamento per la conquista di voti della sinistra (le mille euro al mese, restando tuttavia nella precarietà) perché i sondaggi svelano che il 25 per cento degli elettori della sinistra non resta indifferente all’oscuro richiamo del voto utile. Una compagna elettorale capace di spacciare alcune richieste populiste (largo ai giovani, chiusura agli inquisiti, riduzione delle tasse), e tutta all’insegna dell’ottimismo: il Pd è in crescita costante, questa è la sensazione che interminabili pagine di Repubblica devono trasmettere per non dare l’impressione di una cronaca della sconfitta annunciata. La “bella” politica scommette su brutte pagine di giornalismo che azzerano ogni voce dissonante per amplificare la voce del 90 per cento (così certifica Scalfari) che vuole santificare il bipartitismo perfetto. Ma al di sotto della propaganda emergono dati sconsolanti. Il capolavoro di Veltroni ha si terremotato il sistema politico ma in una direzione nient’affatto rassicurante. Il centro destra precipita sempre più a destra e si affranca di ogni elemento di contenimento democratico rappresentato dai centristi di Casini. Il Pd si sposta sempre più al centro con equilibrismi impressionanti: la Binetti convive con Bonino, Ichino con Nerozzi ecc. In frantumi va il sogno di Berlusconi e di Veltroni di scongiurare la formazione di un polo moderato. La cosa bianca, la sinistra arcobaleno non arretrano e anzi mostrano che il disegno bipartitico è una fuga velleitaria per non ristrutturare il sistema politico sulla base di più coerenti aggregazioni alla sinistra al centro e alla destra. Libero di correre da solo perché decreta la fine dell’antiberlusconismo come collante, il Pd poi riscopre il richiamo della foresta del voto contro e si appella al voto utile contro il minaccioso Berlusconi.  
Che immane mistificazione questa storia del voto utile fatto da un partito che i sondaggi più benevoli danno almeno dodici punti sotto. Quando si ricorre a questo disperato appello si è proprio a corto di motivi. Ma poi come è curioso il Pd. Prima ha rotto ogni residua speranza di vincere rifiutando qualsiasi collegamento con la sinistra e poi lascia intendere che gli occorre un voto utile. Utile a cosa? Per come ha impostato la competizione, un voto utile solo per perdere. Non lo avrà facilmente questo voto inutile perché il Pd ha lacerato il tessuto simbolico della sinistra italiana e il suo progetto è sorretto da ipotesi del tutto gracili. Con la scusa dell’inaffidabilità della sinistra radicale (ma a far saltare Prodi sono stati quelli della margherita come Fisichella, Scalera, Dini, Bordon ecc. e a differenziarsi su temi scottanti è stato spesso Di Pietro) il Pd ha spezzato un simbolo storico sempre prezioso, l’unità delle forze democratiche e di sinistra. Sorretto dal pensiero unico dei media (stampa e tv sono tutti al servizio del bipartitismo di cartapesta tentato da Veltroni e Berlusconi) ad aprile si deve giudicare il disegno di un sistema politico in cui lo spazio della sinistra, del lavoro è completamente cancellato. Dopo il tempo del bipolarismo irresponsabile si vorrebbe uscire dalla crisi del sistema politico con un pasticciato bipartitismo coatto. Questo disegno egemonico è del tutto vano e confuso. Anzitutto i due partiti maggiori (Pd e PDL) sono tutt’altro che moderni partiti. Sono piuttosto arcipelaghi confusi di microaggregazioni senza alcuna possibile sintesi di cultura politica. Può davvero nascere un grande e moderno partito solo in virtù di considerazioni di aritmetica politica? Senza sintesi di cultura, le aggregazioni restano puramente numeriche, ossia flaccide e incoerenti armate brancaleone prive di orizzonti lunghi e di progetti condivisi. 
Veltroni e Berlusconi in questa campagna elettorale si limitano a dare i numeri e a diffondere sondaggi di comodo. Vogliono i voti solo perché –dicono- c’è bisogno di grandi partiti. Non è però sufficiente usare le cattive maniere contro i piccoli per crescere davvero. Ci vorrebbe anche un’ipotesi politica plausibile, e questa manca. Sperare di racimolare in giro qualche voto solo perché c’è un sentimento di avversione verso i piccoli partiti personali è sintomo di mancanza di ogni strategia solida. Collocando il Pd al centro (con l’alleanza con Di Pietro il Pd ha qualche evidente oscillazione verso la destra: l’Italia dei Valori ha espresso De Gregorio, ha osteggiato l’indulto, ha rifiutato la commissione parlamentare per i fatti di Genova) il partito di Veltroni è scavalcato a sinistra (sui temi sociali e sulle culture istituzionali) persino dalla neonata rosa bianca di Tabacci e Pezzotta. E’ evidente che con lo slittamento del Pd verso il centro moderato il sistema politico italiano è divenuto per sua struttura il quadro politico più a destra ora presente in Europa (circa il 90 per cento dei consensi si distribuisce infatti lungo il continuum che dal centro moderato conduce alla destra più estrema). Proprio a seguito di questa decisa e sconsolante virata a destra, ha scarse possibilità di attecchire la retorica del voto utile.
E’ evidente che il Pd con le sue pregiudiziali contro la sinistra si allontana definitivamente da ogni partito riformista moderato in grado persino di attrarre voto di sinistra in situazioni di emergenza. Principale responsabile di un disegno che intende marginalizzare la sinistra, il Pd va sfidato su alcuni punti con nitida determinazione. Sulla laicità Veltroni (non solo per via della Binetti, ma per l’organica vocazione teodem del suo partito) non è in grado di fornire alcuna garanzia. Il Pd è un partito a forte impronta confessionale che nello statuto reclama uno spazio pubblico per la religione a scapito della laicità delle forme della politiche. I nuovi diritti civili (coppie di fatto, adozioni, ricerca scientifica sulle cellule staminali,) trovano nel Pd un formidabile ostacolo, culturale e strategico, non solo tattico. E’ impossibile che da un elettore di sinistra venga un voto utile solo a gettare una cappa confessionale opprimente allo Stato di diritto. Oltre che sul tema dei nuovi diritti di libertà, l’impianto neoconfessionale del Pd è un ostacolo insuperabile per il rilancio delle funzioni pubbliche. Come farà il Pd a supportare la scuola pubblica o la sanità pubblica quando proprio questi sono campi minati per gli interessi economici della chiesa, autentica potenza materiale nelle scuole e nella sanità privata.
Non diversa è la potenza di freno che il Pd è in grado di esercitare sui temi del lavoro. I pensieri di Veltroni vanno all’imprenditore che per lui è un lavoratore infaticabile che di notte non dorme per pensare a come pagare il mutuo. Del disagio del lavoro vero il Pd non solo non sa nulla ma non ne fa una questione politica. La precarietà, la flessibilità trionfanti con il pacchetto Treu e la legge 30 trovano nel Pd una implacabile sentinella. Dal lavoro (malgrado cadute di stile di qualche leader sindacale incautamente sceso in soccorso di forze che per ora in ordine sparso già danno l’assalto all’articolo 18) non verrà alcun voto utile solo a puntellare il farsi Stato dell’impresa e a stendere un gran velo di silenzio sul conflitto di interessi. Il Pd non ne parla più perché lo ritiene un deteriore retaggio dell’antiberlusconismo e non già una nefasta compenetrazione di potere economico e di potere politico che uccide mortalmente la democrazia. E l’impresa davvero ha molto da guadagnare, in termini strategici, da accelerazioni incredibili verso la politica dello spot, del simbolo, dell’immagine? Un uomo solo al comando che si avvale del marketing non risolve alcun problema reale. Napoli e il suo preteso rinascimento è una metafora di ciò che produce la politica dell’immagine.
Proprio sulla democrazia e sulla difesa della costituzione il Pd non offre alcuna garanzia, anzi è diventato purtroppo un elemento di aperta disgregazione delle istituzioni. Il modello di partito prescelto enfatizza la completa solitudine del leader (che elegge anche la direzione, che decide i nomi degli eletti) e punta tutto sull’immagine del leader in una visione esplicitamente regressiva della politica. Tutti gli esponenti del vecchio costituzionalismo democratico sono stati emarginati in favore di giuristi che, secondo le indiscrezioni della Stampa, stanno preparando una revisione della costituzione all’insegna del presidenzialismo governante. Proprio quello che il capo dello Stato, celebrando i 60 anni della carta, aveva denunciato come rischioso congegno istituzionale in grado di far saltare equilibri e garanzie viene sposato dal Pd come base della prossima legislatura costituente. Preoccupante. Dalla sinistra politica e sindacale, che ha già  sconfitto con il referendum del 2006 il disegno della destra di strapazzare la costituzione, ma anche dal centro politico in via di ricostituzione, che rivendica la centralità della rappresentanza, potrà venire un argine per arrestare la tentazione archiviare la costituzione e scivolare verso il cesarismo irresponsabile. E’ utile andare a votare. Per dare rappresentanza alle idee e agli interessi sociali della sinistra. Ma anche per difendere una democrazia che il Pd e il Pdl vorrebbero sempre più residuale. Deve essere chiaro che per la democrazia rappresentativa, per quello che ancora resta di essa, suona l’ultima chiamata. La sconfitta netta del Pd e del Pdl e la chiara affermazione di forze che spezzano il corto circuito del bipartitismo ingannevole è indispensabile per scongiurare la catastrofe verso un presidenzialismo largamente irresponsabile e illiberale.  
 
Michele Prospero, Docente di Filosofia della Politica e componente il Comitato Promotore nazionale di Sd





permalink | inviato da sdchieti il 26/2/2008 alle 12:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Intervista rilasciata da Giovanni Berlinguer a Liberazione (23 febbraio 2008)
26 febbraio 2008
Lavoro, idea vincente della sinistra.

Riordina le carte, prende appunti. E ogni tanto risponde al telefono, risponde ai tanti che lo invitano a mille iniziative elettorali. E risponde quasi sempre di sì. Giovanni Berlinguer, 83 anni, oggi al Parlamento europeo fra i banchi dei socialisti, ma prima una vita nel Pci e nei diesse e soprattutto uno dei più autorevoli, se non il più autorevole studioso italiano di medicina sociale, è già tutto dentro la campagna elettorale.
 
D. La prima cosa: sei contento di come è partita?
Ti riferisci alla manifestazione dell'Eliseo?
 
D. Anche, perché come ti è sembrata?
Un ottimo avvio. Anche se vorrei che smettessimo di sottovalutare la voglia di partecipazione che c'è in giro. Lì, all'Eliseo metà della gente è dovuta restar fuori; troviamo invece posti, luoghi dove possa ritrovarsi la nostra gente. Dove magari possa venire anche chi non è convinto del tutto.
 
D. Tutto bene, allora?
Si, anche se...

D. Anche se?
Intendiamoci, non voglio che ci sia alcun equivoco: io sono felice che si sia raggiunto il risultato di creare la lista unitaria della sinistra. E' importante, darò tutto quello che ho per sostenerla. Ma sono convinto che questa campagna elettorale debba diventare anche qualcos'altro.
 
D. Cosa esattamente?
L'occasione per costruire il nuovo partito della sinistra. Che in Italia, a differenza che nel resto d'Europa, rischia di mancare.
 
D. Stai parlando del nuovo soggetto unitario?
Dipende da quel che intendi con questa definizione. Io sto parlando di un soggetto, il partito della sinistra italiana; sto parlando della forma che deve assumere la sinistra nel nostro paese.
 
D. La "Sinistra-l'Arcobaleno" ti sembra ancora troppo poco?
Se resta solo un cartello elettorale sì, ovvio che non basta.
 
D. Ma per capire: pensi che sia già tardi per dar vita ad una nuova formazione della sinistra?
No, tardi no. Ma ci sono stati molti freni e ci si è preoccupati più di costruire equilibri interni ai gruppi dirigenti che ascoltare i cittadini, acquisire nuovi consensi, recuperare chi si è allontanato.
 
D. Scusa la franchezza: ma molti sostengono che i "freni“ sono venuti proprio dalla Sinistra democratica, dal gruppo che è uscito dai diesse e di cui fai parte.
Francamente non mi pare che sia così. E poi, davvero adesso ha poco senso mettersi col bilancino a disegnare le colpe dei contraenti. Guardiamo al futuro: oggi dobbiamo impegnarci come una sola persona. Per strappare il miglior risultato possibile alle elezioni e, contemporaneamente, per gettare le basi del nuovo partito.
 
D. Campagna elettorale, allora. Qualche osservatore ha fatto notare che, al di là del merito, Veltroni s'è presentato con un'idea forte. Discutibilissima, ma comunque un progetto che sembra mancare alla sinistra. Che ne dici?
Non sono d'accordo. Ho letto i materiali che hanno avviato la discussione sul programma e mi pare che lì ci sia quello di cui c'è bisogno. C’è la parola d'ordine, l'idea necessaria e vincente: il lavoro. Inteso non più solo come rivendicazione dei diritti sindacali o contrattuali. No, mi sembra che finalmente la sinistra, questa nuova sinistra, ricominci a disegnare il ruolo che il mondo del lavoro deve avere nella società. Un ruolo che gli stessi lavoratori devono riprendersi nelle loro coscienze.
 
D. Stai pensando a qualche proposta in particolare?
No, penso all'insieme del progetto della sinistra. C'è una linea che tende a riequilibrare quelle risorse e quei poteri che in questi ultimi 25 anni si sono spostati a vantaggio delle imprese. Sì, insomma, mi sembra importante che finalmente si ritorni a parlare di una verità semplicissima: che chi assicura la produzione della ricchezza dovrebbe poterne usufruire in una quota molto maggiore dell'attuale. E ti ripeto: dopo un quarto di secolo che si sta andando nella direzione opposta.
 
D. E la sinistra, tutta, non ha alcuna responsabilità per come sono andate cose in questi 25 anni?
Sicuramente questi processi sono stati poco contrastati. Non si è percepito - parlo dell'Italia ma anche dell'Europa - che, nonostante le negazioni, c'è stata davvero lotta di classe. Ma l'ha fatta una parte sola: il capitale! E a questo, negli ultimi anni, si è aggiunto, in maniera lampante, lo schiacciamento operato dall'economia finanziaria sull'economia della produzione. Determinando le distorsioni che conosciamo.
 
D. Parli di lotta di classe. Su questo giornale ne parlava anche un altro grande dirigente, Pietro Ingrao, pochi giorni fa. E' una formulazione che ti convince? Nel senso che c'è necessità di una nuova stagione di lotta di classe?
Mi stai chiedendo se è una formula che si può usare? Ma sì, certo. Se serve a far capire che c'è bisogno di di impegnarsi, che c'è bisogno di conflitto. Anche se io resto convinto che c'è bisogno di lotta, ma anche di collaborazione. Per questo, se permetti, mi viene da dire una cosa sugli slogan di questa campagna elettorale...
 
D. Ovviamente.
Diciamo che non sono molto convinto di uno slogan che dice: vota a sinistra, fai "una scelta di parte".
 
D. Che vuoi dire?
Che in una società democratica, e complessa come l'attuale, non si può solo puntare su una parte, anche se rilevantissima e meritevole di ogni considerazione. Io penso che occorra tener presenti anche altri interessi, che considero legittimi, e che occorra considerare in primo luogo ciò che può migliorate la vita di tutti gli italiani
 
D. Stai dicendo che quella parola d'ordine mina le possibilità di alleanze?
No, però sono convinto che la nostra battaglia debba procedere senza isolarsi, debba prevedere rapporti con le altre forze politiche.
 
D. E siamo a parlare del piddì.
Parliamone. A me non piace uno schema per cui ci sarebbe un “nemico”, la destra, aggressivo e inquietante, e un “avversario”, il partito democratico. Al contrario penso che dovremmo incalzare il partito di Veltroni, sollecitarlo, scontrarci quando necessario, ma per costruire le ragioni di una convergenza.
 
D. Davvero te la immagini questa convergenza?
Me la auguro e la considero possibile (e prende fra le sue carte il Manifesto dei democratici). La parte sulla laicità dello Stato, laddove descrive il diritto degli individui, di tutti, a decidere di se stessi, la trovo abbastanza condivisibile.
 
D. Ma come? Proprio su questi temi, il piddì è stato attraversato da una discussione fortissima, perché tanti hanno lamentato una mancanza di laicità nel documento fondante del nuovo partito?
Io non la vedo così. Se vogliamo restare ai documenti, non alle cose che dice la Binetti o qualche altro, lì si disegna un partito con il quale è possibile convergere nelle grandi battaglie di libertà. Tutt'altra cosa, invece, per ciò che riguarda le scelte economiche e sociali...
 
D. In questo caso ci si contrappone?
Si discute, perchè sono scelte lontane, e spesso profondamente diverse da quelle che deve fare la sinistra.
 
D. Parli di possibili convergenze, eppure tanti dicono che dopo il voto piddì e Berlusconi governeranno insieme. Con la sinistra relegata ai margini.
Io non dò affatto per scontato che il risultato elettorale debba relegarci inesorabilmente all'opposizione. E penso che dipenda anche dalla forza e dalla capacità di iniziativa della sinistra la possibilità di ridare vita a nuove forme di collaborazione. L'unica cosa che darei per certa è l'impossibilità per la sinistra a partecipare a maggioranze insieme al cosiddetto partito della libertà.
 
D. Ma mi dai una definizione del partito di Veltroni?
Il partito di un leader che ha saputo cogliere un'esigenza diffusa. Quella di superare una lunga fase, segnata da ampie coalizioni che non riuscivano ad esprimere una politica unitaria. Sottoposte, com'è stato evidente col governo Prodi, a pressioni sgangherate, da parte dei piccoli partiti che hanno sempre guardato con più simpatia al centro destra. Ha avuto quell'intuizione e mi sembra che la stia comunicando bene.
 
D. Niente grande coalizione, dici. Eppure al parlamento europeo spesso, socialisti e popolari votano insieme. Come mai?
So che la “vulgata” racconta questo, almeno sui nostri giornali. Ma non è affatto così. A Bruxelles sui temi dei diritti civili e delle libertà spesso riusciamo a costruire un vasto arco di forze che comprende la sinistra “radicale”, i socialisti, i verdi, i liberaldemocratici. Quando invece si affrontano temi economici e sociali, una parte di queste forze si avvicina e vota con il partito popolare. Sto parlando anche dei liberaldemocratici italiani, compresi gli esponenti eletti nelle liste della Margherita, oggi fra i democratici. Questa è la vera situazione, altro che grande coalizione.
 
D. Torniamo in Italia, alla sinistra. Che ti aspetti all'indomani del voto?
Tre cose
.
 
D. La prima?
L'avvio del passaggio da raggruppamento elettorale a partito.
 
D. La seconda?
Una campagna di conoscenza e di ascolto dei giovani.
 
D. Nuovo partito, che parli il linguaggio dei giovani: la terza cosa sembra scontata. Non è così?
Certo. E’ necessario svecchiare radicalmente i gruppi dirigenti di questa sinistra. Non per escludere chi ha lavorato fino ad ora per garantire un futuro alle forze legate al movimento operaio. Il loro ruolo c'è, è importante e deve essere valorizzato. Ma c'è bisogno di forze fresche.
 
E te?
Vale anche per me. Ci sono e ci saranno tante occasioni per contribuire agli impegni futuri.






permalink | inviato da sdchieti il 26/2/2008 alle 12:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Veltroni sembra avere un unico avversario: La Sinistra l'Arcobaleno. Noi vogliamo battere la destra per e con il nostro programma
26 febbraio 2008
 Attacchi sbagliati.

L’attacco quotidiano di Veltroni e del Pd alla Sinistra Arcobaleno ( per credere vedere il sito del Partito democratico e leggere i giornali di oggi) rischia di essere una costante della campagna elettorale. Il ritornello è noto, saremmo arretrati, tragicamente incapaci di vedere le moderne contraddizioni dello sviluppo, non avremmo cultura di governo.
Votare per la Sinistra Arcobaleno sarebbe dunque inutile perché bisogna rafforzare solo il Pd che è un partito grande ( dove appunto c’è dentro tutto e il contrario di tutto per scelta consapevole del suo leader). Avevo capito che i toni di Veltroni sarebbero stati diversi in questa campagna elettorale, concentrati sulle proposte del suo partito, senza demonizzazione di Berlusconi ( e qui pare coerente). Che avrebbe riservato invece il peggio del repertorio alla Sinistra non l’avevo proprio messo nei conti. Anche perché non sta polemizzando con i nostri i programmi ma mette in discussione la nostra stessa esistenza.  Veltroni non vuole che esista nulla alla sinistra del Pd.
In questo pezzo non dirò dei difetti del processo unitario della Sinistra Arcobaleno, perché ho scritto di questo altre volte. Oggi mi concentro finalmente su alcuni piccoli  pregi del suo programma e delle sue posizioni politiche, toccando tre o quattro questioni nevralgiche e  assai discusse.
Sulla politica estera: noi pensiamo che la dottrina  della guerra preventiva sia stato  un errore e abbia fallito la sua lotta al terrorismo, crediamo che sia stato giusto ritirare le truppe dall’Iraq e riteniamo che anche la missione in Afghanistan ( sotto egida Nato) vada ridiscussa dopo tutti questi anni e i pochi risultati ottenuti. Lo ritengono osservatori importanti americani, lo scrivono giornalisti di  politica estera, ma se lo diciamo noi siamo degli irresponsabili. Noi riteniamo che per portare la pace nel mondo non si debbano preparare altre guerre, ma negoziati sul disarmo ( invece le spese militari crescono e purtroppo anche quelle dell’Italia e noi ne proponiamo la diminuzione), soluzioni credibili alla questione Israelo-Palestinese ( vero focolaio avvelenato da troppi decenni), misure concrete ( lo 0,7 del pil di ogni paese ricco) contro la povertà, perché un mondo diseguale e ingiusto non potrà mai essere un mondo sicuro. Il cambiamento e la democratizzazione di tutti gli organismi internazionali ( Organizzazione mondiale del commercio, Banca Mondiale Fmi) perché sono essi che fanno e disfano spesso le economie di interi Paesi in via di sviluppo, che non consentono una lotta efficace all’aids per via delle multinazionali dei farmaci, che avvelenano le agricolture con gli ogm….. Seattle, Veltroni, do you remember?
Pensiamo che si debbano ricontrattare le servitù militari sul territorio italiano e dunque che la scelta di un’altra base militare a Vicenza sia sbagliata.
Sul lavoro: abbiamo messo al centro tutte le misure per l’aumento dei salari e degli stipendi ( che sono i più bassi d’Europa), abbiamo scritto che il precariato resta un tema ancora da risolvere perché il governo Prodi ha fatto poco e la legge 30 e il suo mutamento radicale resta per noi centrale, sugli incidenti sul lavoro vogliamo controlli e sanzioni precise ( perché questo è il punto, a nulla valgono nuove leggi se gli ispettorati sul lavoro e le Asl non controllano i luoghi di lavoro, gli impianti a rischio e le condizioni reali di chi lavora in quegli impianti). Abbiamo riproposto una patrimoniale sui grandi patrimoni e sulle grandi rendite ( come è nel resto d’Europa ma non in Italia). Non siamo d’accordo con coloro che pensano che liberalizzando ancora di più il mercato del lavoro ( per esempio abolendo l’articolo 18 con la scusa che non tutti possono usufruirne e dunque sarebbe bene toglierlo anche a chi ne può far uso…) si aumenti l’occupazione buona  e stabile.
Proponiamo che le banche agevolino i crediti ai giovani e alle piccole imprese, rinunciando ai guadagni vergognosi che hanno fatto in questi anni.
Sull’ambiente e le infrastrutture: Proponiamo un elenco di grandi  e medie opere assai diverso da quello della destra e forse anche del Pd. Riassetto idrogeologico del territorio, rifacimento della rete idrica ( perdiamo il 30 per cento di acqua perché la nostra rete è un colabrodo – questa si ferma agli anni 50-), completamento della rete depurativa e fognaria al sud ( molto semplicemente perché non c’è e per il turismo e anche per le industrie questo è un problema serissimo). Lo spostamento del 25 per cento delle merci dalla gomma al ferro e alle vie del mare, perché così si inquina meno, si consumano meno carburanti e si rendono le strade più sicure. Abbiamo una netta contrarietà sul Ponte sullo stretto di Messina ( opera sempre assai caldeggiata da Di Pietro) perché la Sicilia e la Calabria hanno bisogno di altro, ferrovie, reti idriche, strade primarie, porti efficienti,.
Diciamo si alle energie rinnovabili ( un piano straordinario di pannelli solari in tutta italia perché pur avendo più sole abbiamo meno pannelli della germania) . Diciamo si ai trasporti pubblici potenziati nelle città e in sede propria. Diciamo no al consumo ulteriore di terreni agricoli per la speculazione edilizia e alla scelta di iper e super mercati che hanno oramai del tutto strangolato i piccoli e medi esercizi. Sui rifiuti partiamo dalla raccolta differenziata e dal riciclaggio ( che può raggiungere in Italia il 40 per cento in pochi anni con gli investimenti giusti, non ci convince guardare solo alla fase terminale del ciclo e pensare di incenerire e basta. Per noi l’acqua è un bene pubblico e siamo contro la sua privatizzazione ( l’ipotesi del ministro Lanzillotta Pd non  ci trovava d’accordo proprio perché rischia di mettere in discussione questo principi. Pensavamo come Cacciari sindaco del Pd a Venezia, che il Mose fosse un ‘opera sbagliata e costosa, pensiamo che in Valle Susa il tracciato alternativo alla proposta originaria del governo Berlusconi sia una proposta valida e con minore impatto ambientale e che i Sindaci abbiamo fatto bene a chiedere di poter dire la loro.
Sulla laicità : per noi si tratta di un principio irrinunciabile e indisponibile, il vero fondamento di una società libera. Siamo favorevoli al riconoscimento per legge delle Unioni civili ( non alla finzione che viene avanzata secondo la quale ogni coppia va a regolarsi la questione dal notaio), al testamento biologico. Riteniamo che  la autodeterminazione delle donne sia un principio e che spetti a loro la prima e l’ultima parola. Non ci convincono coloro che dicono ( e nel Pd non si contano …”che la legge 194 va  difesa ma bisogna applicarla meglio”…perché dietro questa affermazione si nasconde una insidia vera). Pensiamo  inoltre che  l’Ici sugli immobili dovrebbero pagarla anche gli enti religiosi ed è uno scandalo che ciò non avvenga. Riteniamo la libertà religiosa un principio essenziale, ma in questa libertà è compresa quella di non credere o di credere diversamente.
Riteniamo sia inaccettabile pensare di trasferire i dogmi e i comandamenti di una religione nelle leggi dello Stato.
Le cose che ho scritto sono scelte che si possono condividere oppure no. Ma fanno, almeno alcune, la differenza tra la Sinistra Arcobaleno e il Pd.
Certo è più facile assemblare un partito dove ci sono tutte le opinioni e il loro contrario, e poi pensare di poterlo dirigere con mano forte e forte impronta personalistica. MA questa non è la nostra idea della politica. E neppure della democrazia.
Spero che Veltroni la smetta di menar fendenti a sinistra e si concentri di più sull’obiettivo comune
Che resta quello di battere la destra sui programmi e sull’idea di politica che si propone.
Quanto al voto utile ho già detto: una più forte Sinistra Arcobaleno sarà l’antidoto alle larghe intese e obbligherà il Pd a confrontarsi sui nostri argomenti.
Infine l’affidabilità, la litigiosità, la nostra poca propensione al governo. Le forze della sinistra (e oggi quella che si chiamerà Sinistra Arcobaleno )  sono al governo da decenni in tante città e regioni e ancora oggi le alleanze per le elezioni locali ci mostrano un Pd che ci chiede alleanze in Sicilia, a Roma e in tanti altri luoghi. Dovrei dedurne che andiamo bene sul territorio ma non nel governo nazionale? Sarebbe interessante conoscere la risposta autentica  a questa domanda.
LA verità è che siamo stati leali anche con Prodi, che pure non ci entusiasmava, che abbiamo cercato di essere coerenti con il programma dell’Unione, e con l’impegno che avevamo preso con gli elettori. Mastella, Dini e una lunga sfilza di centristi hanno fatto tante volte mancare i numeri e alla fine cadere il Governo. Non pretendo che Veltroni ringrazi. Vorrei solo che la smettesse di additarci al paese come una sinistra irresponsabile. Chiedo pacatezza , io a lui, a lui che è sempre così gentile e pacato con tutti.

di Fulvia Bandoli della Presidenza di Sinistra Democratica





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da Il Manifesto del 22 febbraio 2008
26 febbraio 2008

Dieci buone ragioni per un voto utile, a sinistra.


L'impressionante fuoco mediatico a favore di Veltroni e del Pd non deve stupire più di tanto. Ci sono in questo fenomeno gli aspetti ridicoli e un po' mascalzoni del nostro giornalismo come testimonia (ma è solo un piccolo esempio) il titolo di un grande quotidiano che presenta Finocchiaro e Borsellino in Sicilia come un ticket del Pd. Si tratta di un falso, ma tutto serve a alimentare la batteria di fuoco pro Pd. C'è poi sicuramente l'interesse dei gruppi economici forti a sostenere e ispirare un partito amico loro che viene non a caso presentato come l'unica scelta che può contare. E c'è anche però una lezione per noi ovvero, che la campagna elettorale si combatte subito, ogni giorno, con le proposte e con l'iniziativa serrata. Non è più il tempo di dire «la sinistra e il Pd non saranno fratelli coltelli». Adesso si compete, il tempo dei pranzi di gala è finito.
Accanto alle proposte vere e proprie - che speriamo vivamente siano asciutte,e facilmente comprensibili - bisogna argomentare politicamente le ragioni del voto per la Sinistra Arcobaleno. Noi ne vediamo alcune chiarissime che vanno evidenziate adesso se non vogliamo inseguire gli argomenti altrui.
La prima ragione (più rispetto per le donne, meno paura del Vaticano) è che il voto alla sinistra è utile perché è l'unico che garantisce alle donne che non si scambierà la loro libertà e dignità e il loro corpo con le diplomazie verso il Vaticano. Attenzione: nessuno dice che la legge 194 è da cambiare, ma gli altri non sono disposti a denunciare il fatto che si vuole snaturare quella legge contro l'autonomia delle donne. Questa è la vera questione in gioco. Il Pd dice che l'aborto va lasciato fuori dalla campagna elettorale perché non vuole spendersi a fondo a tutela dello stato di diritto e del compromesso tra stato e decisione della donna contenuto in quella legge.
La seconda ragione (meno guerra, più buona politica) del voto utile riguarda la guerra: l'unica garanzia che L'Italia non parteciperà a dissennate azioni armate nei Balcani è il voto alla Sinistra. L'unica certezza che si cercherà una strada meno rovinosa per l'Afghanistan di quella di una azione militare che dopo sei anni palesemente non funziona è la scelta per la sinistra
La terza buona ragione (meno spese militari più soldi alla scuola e all'università) è il disarmo: l'Italia è al trentaduesimo posto per la ricerca scientifica e al quarto per spese pro capite per armi e difesa. Di fronte al riarmo impressionante in corso, di fronte all'evidenza che qui sta una delle radici dell'ineguaglianza spaventosa e dei pericoli per l'umanità, solo la sinistra prende impegni chiari.
Al quarto posto (più diritti e salari, meno sconti alle imprese), non certo per importanza, sta il lavoro. Bene che se ne torni a parlare, dice Epifani. Ma, impresa e lavoro sono uguali? La Sinistra pensa di no e sceglie: per un paese più giusto e moderno. Bisogna ridare riconoscimento e dignità al lavoro. Lo spieghiamo prima o poi in un dibattito televisivo che se i salari non sono stati al centro della politica del governo Prodi, benché la Sinistra lo chiedesse, è perché non hanno voluto Padoa Schioppa e i veti del Pd? I co.co.co. e i co.co.pro. sono in gran parte lavoratori dipendenti mascherati e questo imbroglio lo conoscono tutti. Il Pd propone ora di dargli un salario minimo, ma non di superare l'imbroglio. Non sarà più riformista svelare l'inganno e cambiare quelle norme della legge 30, operazione che non costa ai contribuenti, ma chiede alle imprese quella responsabilità sociale che dopo anni di crescita dei profitti è il minimo che si può chiedere? La redistribuzione così non avverrebbe solo a spese dello stato (con il calo delle tasse sul lavoro), ma con una divisione dei benefici della produttività più equa.
Quinto (più stato sociale, meno regali alle rendite). A proposito di redistribuzione bisogna chiedere una tassazione più giusta, anzitutto delle rendite. E poi, visto che la ricchezza si può ripartire verso il basso attraverso salari, pensioni e servizi bisogna necessariamente rafforzare lo stato sociale in controtendenza con lo svuotamento perseguito in questi anni. Un asilo nido è indispensabile quanto un pronto soccorso e la politica per sostenere la non autosufficienza, per assicurare alle donne la libertà di lavorare non si risolve con un bonus in denaro, ma contando su una rete di servizi forti: qui c'è il pilastro di una maggiore giustizia sociale e di un progresso economico. Quando Veltroni dice che si devono tagliare tre punti di spesa pubblica cosa accadrà per sanità e servizi? Il voto alla sinistra è l'unica garanzia che si vada verso il rafforzamento del welfare.
Sesto (più qualità allo sviluppo, meno scempio di risorse e territorio). L'ambientalismo del «sì» proposto da Veltroni è speculare a quello del «no»: li non va bene niente, qui va bene tutto. Invece ci vuole l'ambientalismo della qualità. La garanzia sta nella sinistra arcobaleno che non deve rendere conto ai grandi interessi economici, ma tiene a cuore i beni comuni.
Settimo (più libertà per le persone e meno ipocrisie conservatrici). La libertà di divorziare senza attendere troppi anni, i diritti degli omosessuali, il testamento biologico: la garanzia che uno stato paternalista - che in Europa non c'è più - non decida al posto nostro, sta in Italia solo a sinistra.
Ottavo (più soggetti televisivi, meno favori a Mediaset). Il conflitto d'interessi non ha trovato soluzione perché non si è voluto né la volta scorsa, né questa. Prima, perché D'Alema diceva che Berlusconi si sconfigge politicamente, più recentemente invece, c'era da fare, insieme a Forza Italia, la legge elettorale bipartitica. Anche qui, il voto a sinistra è l'unica speranza. Infatti chi ragiona in termini di potenza sostenendo che le armate televisive di Berlusconi non si possono toccare ed è meglio venire a patti chiedendo spazi a Mediaset, non ragiona in termini liberali. La sinistra in Italia è più liberale dei democratici.
La nona ragione (meno partiti nelle nomine, più politica nella società) è la questione morale. Non c'è legalità, né lotta alla mafia se non si moralizzano vita pubblica e partiti. E non ci pare che il problema sia solo dalle parti di Ceppaloni. Ci vuole coraggio: avanti con la legge sulle nomine in sanità, passi indietro dalle giunte impresentabili. Quella della questione morale è una sfida difficile, ma è quella vitale.
E infine la politica-politica: chi non desidera che il Pd si butti nella grande coalizione ha un solo sistema per scongiurarlo, far arrivare tanti voti alla sinistra.
Una postilla sul '68. A parte che il 6 politico non data a quell'anno, molti elettori ricordano cosa era l'Italia prima di quel grande cambiamento: provinciale, ottusa verso le donne, con le classi differenziali nella scuola pubblica... anche in questo caso i liberali e i progressisti stanno più a casa nostra che dalle parti del Loft.
Voler essere insieme Sarkozy, Obama, Zapatero va bene forse per gli spot, un po' meno per la realtà vera delle cose e delle persone e per questa Italia bisognosa di una svolta di giustizia, libertà e civiltà.
la Sinistra l'Arcobaleno

di Gloria Buffo e Katia Zanotti




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Verso le elezioni del 13 e 14 aprile.
24 febbraio 2008

5 racconti per il programma de la Sinistra l'Arcobaleno.


Roma Teatro Piccolo Eliseo - Clicca QUI: http://www.sinistra-democratica.it/la-sinistra/video-6  per vedere l’audio video dell’intervento di Fausto Bertinotti durante l’incontro pubblico “5 racconti per il programma de la Sinistra l’Arcobaleno”.




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da www.ilcapoluogo.it
24 febbraio 2008
Mozione di Melilla per canapa indiana a scopi terapeutici .

Gianni Melilla, Presidente del Gruppo Sinistra Democratica per il socialismo europeo del Consiglio regionale, ha presentato una mozione per rappresentare al Governo ed al Parlamento nazionale la necessità di regolamentare l’uso medico della canapa indiana e dei suoi derivati.
Al riguardo, in Italia, è stata già approvata una specifica legge, la n.12 del 2001 che contiene"Norme per agevolare l'impiego dei farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore" e che consente ai medici chirurghi e ai medici veterinari di poter prescrivere detti farmaci nella terapia del dolore severo.

More...L'obiettivo della legge e' quello di garantire un accesso piu' facile ai medicianali oppiacei con lo scopo di offrire un trattamento piu' efficace del dolore e della sofferenza ai malati terminali, o a pazienti affetti da dolore cronico che non rispondono ai comuni trattamenti antalgici, così come previsto dalle linee guida dell'Organizzazione Mondiale della Sanita', riguardanti la disponibilita' dei farmaci oppiacei nella terapia del dolore.
A livello internazionale sono stati condotti numerosi studi e ricerche sulla positività dell’uso terapeutico della cannabis e dei suoi derivati e riviste scientifiche riferiscono che il 44% dei medici avrebbe consigliato ai propri pazienti di utilizzare i derivati della canapa indiana.
Melilla precisa che, data la delicatezza della materia, occore fugare ogni dubbio per non cadere in eventuali errori interpretativi o banali strumentalizzazioni, poiché la mozione presentata riguarda solo ed esclusivamente la scelta di approvare l'utilizzo terapeutico della canapa indiana e non rientra affatto nel confronto tra l'approccio proibizionista e quello antiproibizionista sulle droghe.
L’iniziativa, supportata da autorevoli studiosi e riviste scientifiche internazionali, è tesa ad alleviare le sofferenze dei malati con effetti collaterali molto meno rilevanti di altri farmaci.
E’ ampiamente dimostrato, infatti, che l’impiego terapeutico della canapa indiana e dei suoi derivati è efficace in malattie di varia natura quali i tumori, l’AIDS, la sclerosi multipla, l’asma bronchiale, il morbo di Parkinson, l’arterioclerosi, l’epilessia, l’emicrania, ….
Su questo argomento, a titolo esemplificativo, si sottolinea che:
la commissione composta da dieci accademici esperti in sostanze psicoattive, incaricata dal Ministero della Sanità francese e presieduta da Bernard Pierre Roques, nel 1999 ha riconosciuto che la canapa indiana è meno dannosa per la salute umana di tabacco e alcool,
il governo canadese nel 1999 ha adottato un piano quinquennale per la produzione di canapa indiana per uso medico,
in Gran Bretagna nell'autunno del '98 la Commissione "Scienza e Tecnologia" della Camera dei Lords, basandosi sulle conclusioni di numerosi studi scientifici, si è schierata a favore della introduzione per scopi terapeutici della canapa indiana e dei suoi derivati,
la commissione federale statunitense dell'Istituto di medicina della National Academy of Sciences di Washington nel 1999 ha chiesto l'introduzione in campo medico del principio attivo della canapa indiana (THC).
Regolamentare l’uso medico di questa sostanza, conclude Melilla, significa quindi aiutare molti malati e relative famiglie ad affrontare il loro stato in condizioni migliori e rappresenta un fatto di civiltà per tutti i cittadini sani, sensibili alle sofferenze degli altri.
 



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