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Lavoro insicuro?
4 febbraio 2008

il 4 febbraio la Inca-Cgil ha presentato la campagna comunicazione del 2008, incentrata sul problema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Una iniziativa dettata dalla piaga delle morti bianche che sta attanagliando l'Italia, e alla quale è necessario porre un freno cominciando dall'approvazione del testo unico in sede parlamentare. Ne abbiamo parlato con Paola Agnello Modica, responsabile Ambiente e Sicurezza della Cgil. (da  aprile.info)

Oggi la Inca-Cgil ha presentato la campagna di comunicazione del 2008 "Lavoro insicuro? Vincano i diritti" dedicata al problema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Una scelta dettata dall'emergenza delle morti bianche che in Italia si susseguono a ritmi giornalieri. L'iniziativa del sindacato, presentata dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, e da Paola Agnello Modica, responsabile di Ambiente e Sicurezza, ha ricevuto il plauso del presidente Napolitano che ha espresso il suo auspicio affinché si possa concludere al più presto l'iter della legge 123/07 sulla sicurezza e la salute dei luoghi di lavoro. L'Italia è infatti fanalino di coda in Europa, come evidenziato dal Secondo Rapporto dell'Anmil sulla Tutela delle vittime sul lavoro presentato anch'esso oggi al Capo dello Stato dal Ministro del Lavoro, Cesare Damiano e dal presidente dell'Inail, Vincenzo Mungari, in cui l'associazione parla di "leggi esistenti solo sulla carta" e ha ricordato che a cinque mesi dall'entrata in vigore della legge 123 i coordinamenti provinciali delle attività ispettive stanno muovendo lentamente i primi passi e ha sottolineato che, se il personale impegnato nella prevenzione infortuni dovesse controllare tutte le aziende, ognuna riceverebbe un controllo ogni 23 anni. L'emergenza impone che il governo "approvi i decreti del testo unico, le commissioni dicano rapidamente la loro opinione quale che sia e si mettano in condizione di approvare il maggior numero di provvedimenti" ha detto oggi Epifani "se no corriamo il rischio di aspettare davvero un anno". Abbiamo chiesto a Paola Agnello Modica di parlarci dell'emergenza sicurezza e della iniziativa di Corso d'Italia in merito.

Partiamo dalla campagna infortuni 2008 dell'Inca/Cgil presentata oggi. A cosa mira?

E' una campagna organizzata dall'Inca insieme alla Cgil per dare il nostro contributo alla centralità del tema salute, sicurezza e prevenzione nei luoghi di lavoro, attraverso contenuti informativi e formativi.

Sarà la sicurezza alla base dell'attività sindacale di quest'anno?

Sì, esatto.

Quali sono gli obiettivi che si propone la Cgil con questa campagna?

Aumentare la consapevolezza di tutti sul tema, dai lavoratori, ai delegati ai dirigenti sindacali, in modo da considerare la sicurezza nel lavoro un elemento determinante per valutare la qualità delle condizioni di lavoro. Il tutto in stretto raccordo con il patronato che vuole rilanciare il proprio ruolo di tutela dei lavoratori dopo infortuni o malattie professionali contribuendo alla campagna di informazione e formazione.

La situazione dei lavoratori italiani sul fronte sicurezza è tragica. Vuoi darci qualche dato indicativo?

Il mondo del lavoro italiano si è modificato dagli anni Settanta ad oggi, non è piu fordista. C'è una lunga catena di appalti, subappalti ed esternalizzazioni fino a smarrire la responsabilità. Chi è responsabile di tutta la catena?

Il 91,7 per cento dei morti e l'89 per cento degli infortuni gravi avviene nelle imprese sotto i 15 dipendenti, dove tra l'altro il sindacato è meno presente. Proprio per questo noi vogliamo che la legge delega estenda i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriali. Questo è alla base della nostra impostazione. Le imprese sotto i 15 dipendenti sono il 25 per cento del panorama italiano, ma lì abbiamo quasi il 92 per cento dei morti. Bisogna davvero adeguare la legislazione, perché è vero che abbiamo buone norme in Italia, ma sono norme calibrate sull'impresa fordista.

Quindi serve un adeguamento della normativa attraverso l'attuazione della legge delega.

A che punto sono i lavori sul Testo Unico su salute e sicurezza?

Noi siamo riconvocati, pare per l'incontro definitivo, per giovedì pomeriggio dai due ministeri della Salute e del Lavoro. In quella sede dovrebbe essere presentata la versione definitiva del titolo Primo corredato stavolta dalle sanzioni.

Quali sono le prospettive?

Crediamo che debba essere fatto tutto il possibile perché comunque venga portata a termine l'applicazione della legge delega, elezioni o non elezioni, e lo sottolineo due volte. E' un impegno che questo parlamento deve in ogni caso alle lavoratrici e ai lavoratori italiani. Chi lavorerà per non far applicare la delega è opportuno che poi non esprima solidarietà e cordoglio quando succede un dramma.

A nostro parere, indipendentemente dalle elezioni, ci sono le condizioni per emanare questo decreto legislativo.

Sappiamo ora che si voterà ad aprile...

Anche votando ad aprile occorre operare perché il decreto legislativo sia emanato. E' importante che ciò sia fatto anche perché una parte della legge delega è già immediatamente attuativa e va integrata e raccordata con questo provvedimento.

Puoi spiegarci meglio?

La legge delega 123 contiene alcune parti già operative di cui ne cito due, entrambe relative agli appalti: una riguarda il costo della sicurezza, che non può far parte dei ribassi d'asta; l'altra

prevede che debba essere elaborata la valutazione dei rischi da interferenze.

Per fare un esempio, in un luogo di lavoro in cui ci sono casa madre e appalti le lavorazioni possono interferire tra loro. Basti pensare al caso della Umbra Olii di Campello sul Clitunno (dove il 25 novembre 2006 si sono verificate due gravi esplosioni che hanno causato la morte di 4 operai e il ferimento di un quinto ndr.), tragico incidente in cui i lavoratori della ditta esterna che stavano effettuando lavori di manutenzione non sarebbero saltati in aria se i silos che contenevano l'olio fossero stati svuotati prima. L'obbligo a cui mi riferisco vige in Italia dal 25 agosto del 2007, quindi l'invito è a tutti i datori di lavoro a predisporre questo documento di valutazione dei rischi da interferenze, e a tutti i soggetti sindacali ad esigerlo e ad esigerne copia dai datori di lavoro.

Quest'anno il primo maggio, festa dei lavoratori, sarà dedicato alla sicurezza?

Il primo maggio sarà dedicato alla sicurezza anche quest' anno, come lo è stato di fatto anche l'anno scorso. Proprio oggi sarà presa la decisione definitiva al riguardo. Io considero questo un elemento, anche simbolico, importante per tutti. L'integrità di che lavora è in testa alle nostre preoccupazioni, insieme ovviamente al reddito dei lavoratori. Le condizioni dei lavoratori sono il fulcro del nostro impegno.




permalink | inviato da sdchieti il 4/2/2008 alle 23:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
da IL MANIFESTO del 18. 01. 08
20 gennaio 2008

Il paese che non ce la fa.

Poco più di due euro netti al giorno: a tanto ammontano le richieste dei metalmeccanici. Eppure il padronato non molla e - purtroppo - larga parte del paese è abbastanza indifferente alle lotte e molto seccato quando trova le strade e le autostrade bloccate dalle manifestazioni di chi rivendica un contratto scaduto da troppo tempo. Eppure basta guardare la bilancia commerciale: se l'Italia regge il merito è del settore manifatturiero e in particolare di quello metalmeccanico. Grazie al plusvalore da loro prodotto l'enorme disavanzo dei conti con l'estero viene bilanciato.
La lotta dei metalmeccanici assume una valenza ancora più grande alla luce dei dati diffusi ieri dall'Istat sulla distribuzione del reddito delle famiglie nel 2005. La media è di 2.311 euro al mese, «tuttavia il 61% ha conseguito un reddito inferiore all'importo medio a causa di una distribuzione diseguale». Questo significa che non bisogna farsi ingannare dalle medie visto che il i 2/3 delle famiglie hanno un reddito inferiore di 450 euro al mese della media. Non sappiamo esattamente cosa è successo nel 2006 e nel 2007, ma anche se non c'è più Berlusconi miracoli non sono stati fatti: la distribuzione del reddito seguita a essere infame.
Prendiamo i più ricchi e quelli più poveri: il 2% delle famiglie in fondo alla scala sociale dovrebbe riuscire a sopravvivere con meno di 6.358 euro l'anno, mentre il 5% di quelle più agiate vive con oltre 65 mila euro. Certo, stiamo parlando dei molto ricchi e dei molto poveri, ma allargando le percentuali al 10% o al 20% delle famiglie lo squilibrio si conferma. E chi sta al Sud sta molto peggio, mediamente di un 30%. Queste cifre ci dicono chiaramente che il fisco da solo non basta: per i meno abbienti serve un intervento diverso, «socialdemocratico», sperando che a sinistra nessuno si offenda.
C'è un dato - del 2006 - che colpisce: il 28,4% dei nuclei dichiara all'Istat di non essere in grado di affrontare una spesa «necessaria e imprevista» di 600 euro. E il disagio economico sale al 41,3% per le famiglie del sud. L'Italia è un popolo di risparmiatori, si è solito affermare. Falso: milioni di famiglie, decine di milioni di persone non hanno una lira da parte.
E qui torniamo ai metalmeccanici, ma non solo loro, visto che in piedi ci sono lotte molte più dure come quelle dei lavoratori del commercio che si scontrano con multinazionali o piccole aziende nelle quali lo sciopero è impossibile. Quei due euro al giorno sono necessari per sopravvivere un po' meno peggio. E per vivere un po' meno peggio serve restringere l'area della precarietà e della flessibilità che invece Federmeccanica vorrebbe allargare. Ma non basta: serve un fisco più selettivo che non premi l'evasione fiscale, per cui i lavoratori dipendenti guadagnano in media più del loro padrone. Forse i puristi del fisco neutrale storceranno la bocca, ma fino a quando il cancro dell'evasione non sarà estirpato è necessario «privilegiare» chi non può evadere destinando a questi soggetti deboli tutto l'extra gettito.

Galapagos



permalink | inviato da sdchieti il 20/1/2008 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
MORTI BIANCHE: FINO A QUANDO SE NE PARLERA'?
1 gennaio 2008

UN'AMARA RIFLESSIONE

Marco Paolini, attore e regista teatrale, nella sua ultima opera “I Miserabili”, a fine spettacolo, parlando di un operaio morto sul lavoro, dice che in effetti un pò “mona” lo è stato anche lui, ma poi aggiunge: “ma com’ è che quando muore uno con la tuta da operaio è stato mona e quando invece muore uno con la tuta dell’esercito gli fanno i funerali di stato?”




permalink | inviato da sdchieti il 1/1/2008 alle 22:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
da LA STAMPA del 30 dicembre 2007
1 gennaio 2008

 Thyssen, morto il settimo operaio

Giuseppe Demasi, 26 anni, era
l'ultimo ferito rimasto in vita dopo
il tragico incendio del 6 dicembre

TORINO
L’ultimo testimone diretto del rogo sprigionatosi alla linea 5 dello stabilimento della Thyssenkrupp di Torino ha smesso oggi di lottare per rimanere in vita. Giuseppe Demasi, 26 anni, il settimo operaio ustionato nell’incendio del 6 dicembre, non ce l’ha fatta contro quelle ustioni che gli hanno devastato più del 90 per cento del corpo.

Ventisei anni: stessa età di Rosario Rodinò, i cui funerali sono stati celebrati sabato 22 dicembre nella chiesa Rosario della Pace, nel quartiere operaio Barriera di Milano. E Barriera rievoca anche nel nome la «saracinesca» calata sul mondo operaio di cui ha parlato più volte, dal quel maledetto giorno, il presidente della Camera Fausto Bertinotti: «una saracinesca che taglia fuori gli operai dalla nostra società, facendoli sentire "altro" da quello che è fuori la fabbrica». Di certo, fuori le chiese nelle quali a turno, uno dopo l’altro, i sei operai sono stati salutati, quel mondo si è riaperto all’esterno: il capoluogo Piemontese aveva già visto uscire dal Duomo le bare di Antonio Schiavone, Angelo Laurino, Roberto Scola e Bruno Santino.

Nella parrocchia di San Giovanni Maria Vianney, si era dato l’ultimo saluto a Rocco Marzo. Celebrazioni alle quali hanno partecipato i cittadini, la società civile e le istituzioni, da Fausto Bertinotti al premier Romano Prodi che ha assistito con la moglie Flavia alla funzione funebre di Rosario Rodinò. Venerdì, poi, in centinaia hanno partecipato alla fiaccolata che, dal sito della Thyssen in corso Regina Margherita, ha raggiunto l’ospedale Cto di Torino, dove era ricoverato proprio Giuseppe. La fabbrica è chiusa e non riaprirà più. Lo hanno annunciato il 27 dicembre i rappresentanti dell’azienda durante il vertice con Rsu, Fim, Fiom, Uilm torinesi e nazionali all’Unione Industriale del capoluogo piemontese.

L’incendio scoppiò all’una e mezza di notte nella linea 5, adibita al trattamento termico dei prodotti di laminazione. Ad innescarlo fu la fuoriuscita dell’olio bollente usato per temperare i laminati. Gli operai avevano dapprima cercato di di spegnere le fiamme servendosi degli estintori e di una manichetta dell’acqua. È stata proprio l’acqua, però, a far espandere le fiamme: a contatto con l’idrogeno liquido e l’olio refrigerante, pare abbia provocato una fiammata che ha incvestito gli operai. All’arrivo dei vigili del fuoco il reparto era completamente distrutto. Ma sul disastro hanno pesato, come ormai accertato, anche le condizioni di lavoro: stando ai sindacati, alcuni lavoratori coinvolti nell’incidente erano in turno da 12 ore consecutive, con 4 ore di lavoro straordinario alle spalle.

La Thyssenkrupp aveva già deciso di chiudere lo stabilimento di Torino e concentrare l’attività su quello di Terni. Nel capoluogo piemontese erano però ancora impegnati 200 operai. La linea 5, in particolare, aveva intensificato i ritmi di lavoro ed è per questo che l’azienda aveva deciso di tenerla aperta fino a giugno. A questo si aggiungono le violazioni alle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Il rapporto dell’Asl, inviato il 28 dicembre alla Commissione Parlamentare sulle morti bianche e già sul tavolo della Procura di Torino, contiene 116 riferimenti a violazioni riscontrate in meno di dieci giorni di indagini nella fabbrica della strage. Rapporto che ha portato la procura ad aprire un’inchiesta a carico dell’amministratore delegato Harald Espenhahn e dei consiglieri delegati Gerald Priegnitz e Marco Pucci. Ad oggi sono indagati per omicidio, lesioni e disastro colposi ma, qualora alcune delle ipotesi investigative dovessero trovare conferma, potrebbe configurarsi anche l’accusa di «omicidio volontario con dolo eventuale» o quella della «morte come conseguenza di altro reato» (l’omissione volontaria di cautele contro gli incendi).




permalink | inviato da sdchieti il 1/1/2008 alle 22:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
precariato: nel giornalismo
21 ottobre 2007
DOVE E PERCHE' NASCE IL PRECARIATO NEL GIORNALISMO ITALIANO

 

Il precariato nel giornalismo. Se ne è discusso il 22 giugno scorso al Palazzo della Provincia di Pescara nel convegno "Una vita da precario" organizzato dall'Associazione della stampa abruzzese, il sindacato regionale dei giornalisti aderente alla Fnsi, la Federazione nazionale della stampa, il sindacato unico e unitario dei giornalisti italiani. Il convegno ha ricordato la figura e la vicenda di Paolo Antonilli, giornalista de Il Centro scomparso lo scorso febbraio a 53 anni dopo una carriera da collaboratore al giornale, che dopo 21 anni non lo aveva ancora assunto in redazione. Di seguito riportiamo l'intervento di Francesco Blasi.p.p. periodista precario

 

<<Ringrazio la nostra Associazione della Stampa per l'opportunità di parlare qui, spero, a nome di tutti i colleghi, professionisti e non, che ogni giorno, prima di cominciare il tour de force della selezione delle notizie, degli accordi sulle interviste, la lavorazione e l'invio delle eventuali fotografie, devono misurarsi con le solite domande sul futuro, su che fine si farà. La routine prevede poi la messa in moto della macchina delle salsicce, pardon dei pezzi, che alla fine saranno 3, 4, 5, anche 7 o 8: molte ore di lavoro. Oggi il precariato è un'istituzione, per così dire, ufficiosa del giornalismo italiano. Dobbiamo chiederci, però, dove nasce e perché nasce. La risposta è semplice: è la dilatazione in un apprendistato perpetuo, a tempo indeterminato (questo sì) di quello che una volta era l'apprendistato nelle redazioni. Fa giuoco agli editori, sui quali possiamo scaricare comodamente tutte le responsabilità. Ma facendolo a questo punto, non andremmo lontano. Le conclusioni tiriamole dopo. Collaboratori, redattori cosiddetti abusivi, corrispondenti non riconosciuti contrattualmente e freelance per scelta altrui, sebbene non qualificati in quanto tali perché non esistenti, nelle forme di cui parliamo, nel contratto nazionale della categoria, sono figure estrapolate da altri ambiti, anzi da tutti quegli ambiti che la legge non ha voluto o non è riuscita a proteggere. Ricadono invece tutti in quella sterminata categoria del lavoro pseudoautonomo che dalla legge ebbe l'avallo un decennio fa, quando vennero liberalizzati i contratti di lavoro consentendo l'ingresso in Italia delle agenzie di lavoro temporaneo, in affitto, su chiamata e così via. Sul lavoro "autonomo" giornalistico, con pesanti virgolette su quell'"autonomo", il sindacato sbagliò a concludere un accordo con la Fieg, sull'onda della pia e sciagurata illusione di quegli anni che la flessibilità fosse quel calice amaro da bere necessariamente, per poi guarire. Inutile commentare sugli esiti, che sono sotto gli occhi di tutti. La storia del povero collega Antonilli dimostra che l'abuso si consuma sotto gli occhi di tutti da decenni, prima ancora che la deregulation prendesse piede. Questa storia racchiude tutta la verità sulla falsità del lavoro autonomo applicato al giornalismo, se si eccettua la scelta di quei pochi, pochissimi freelance classici in attività, in linea del resto con la tradizione del nostro mestiere. Antonilli, paradigma del precario di cui oggi parliamo, non era nè autonomo nè un collaboratore esterno. Avrebbe potuto svolgere le sue mansioni lavorando fisicamente in redazione. Ma non gli è stato concesso per un arbitrio che rimanda alla prassi dello sfruttamento di una parte rilevante, oggi, di giornalisti su cui agisce un divieto imperscrutabile: quello di sostituire la casa-redazione con la redazione-redazione. Si dirà che per lui, Paolo, la fattispecie contrattuale da applicare era semmai quella del corrispondente. Bene, ma così si dimostra, in buona fede o meno non importa, di non aver capito le trasformazioni tecnologiche degli ultimi anni, che raramente richiedono la presenza sul luogo in cui prende forma la notizia, potendosi invece contare su sistemi di comunicazione e interfaccia ben più avanzati del solo telefono di cui si diponeva fino a non molti anni fa. Del resto, a troppi collaboratori di lungo corso, anche meno che ventennale, non va giù nemmeno la prospettiva di un contratto di corrispondenza, già all'origine inspiegabilmente depotenziato rispetto a quello del redattore ordinario. Per questo, e non a caso, molti Antonilli reclamavano, reclamano e reclameranno l'inquadramento da redattore. Se per gli editori è questione di denaro, a maggior ragione lo è per chi è da anni costretto in un ruolo che giustamente non gradisce, una volta e largamente terminato quell'apprendistato di cui si diceva all'inizio. Perché è giusto voler recuperare non soltanto il tempo perso, ma anche i benefici economici persi a causa del mancato riconoscimento professionale. Tutto questo ci parla di un virus, di un'infezione mortale inoculata a bella posta per dare la stura a quell'epidemia in corso, che serve a selezionare i ranghi dei disperati, tal da renderli deboli e quindi docili fino alla sottomissione silenziosa. Un gioco al massacro, come si può vedere, che ha abbassato al minimo storico la professionalità, inficiando l'attendibilità dell'informazione e la sua valenza di obiettività e democraticità a monte: i collaboratori che lavorano "a pezzo" non possono sempre e comunque essere affidabili, ma questo gli editori l'hanno ampiamente previsto. E' su loro, quindi, e ora possiamo dirlo a buona ragione, che ricade per intero la responsabilità. La responsabilità di aver affollato l'anticamera di accesso alla professione con una moltitudine promiscua, da apprendisti innamorati di questa professione senza averla ancora conosciuta, a professionisti ogni giorno sempre più demotivati, perché privati della prospettiva di un lavoro in redazione, o di una corrispondenza retribuita quanto e secondo i meccanismi del redattore. Toccherà al sindacato, che poi siamo noi, scrivere e a stretto giro attuare un programma di trattative con ogni singola testata abruzzese: per invitare gli editori e i loro parchi amministratori a considerare un piano di graduale e certa stabilizzazione dei giornalisti costretti a respirare da anni l'aria consumata di quell'anticamera. A cominciare dai professionisti. Sfoltire i ranghi sarà doloroso ma necessario. Alla fine ci saranno più certezze per chi rimarrà, e un'arma in meno per gli editori. Privati di quell'anomala abbondanza da cui pescare secondo le convenienze del momento>>.

 




permalink | inviato da sdchieti il 21/10/2007 alle 21:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Crisi Finmek, interrogazione Melilla
17 ottobre 2007
L'Aquila, 17 ott. - Gianni Melilla ha presentato un'interrogazione alla Giunta Regionale.

precarietàL'interrogazione del Presidente del Gruppo Sinistra Democratica per il socialismo europeo del Consiglio regionale riguarda la grave crisi industriale ed occupazionale che da molti anni interessa i lavoratori e le lavoratrici del polo elettronico dell'Aquila, "dove - vi si afferma - le importanti realta' di ricerca e sviluppo oggi esistenti hanno, purtroppo, una triste prospettiva di breve termine".
Intanto torna ad esplodere la protesta dei lavoratori del Polo elettronico aquilano che per la mattinata di lunedì hanno indetto un'assemblea con l'obiettivo di discutere nuove forme di protesta dopo le promesse di soluzione industriale alla crisi Finmek disattese.
L'annuncio è stato dato in conferenza stampa dai rappresentanti sindacali della triplice, Gino Mattuccilli (Fim), Clara Ciuca (Uilm) e Alfredo Fegatelli (Fiom). "Abbiamo deciso - ha detto Mattuccilli - di rimettere al centro la vertenza Finmek. Tutti hanno sentito le promesse fatte ai lavoratori dai politici prima delle elezioni politiche e amministrative, la questione non si chiude con gli ammortizzatori sociali ma c'é bisogno di una soluzione industriale, eppure siamo costretti ad ammettere che fin qui ci sono state dette solo baggianate.
Ricominceremo con un'assemblea e volantinaggi, chiediamo una velocizzazione anche nell'iter del rinnovo degli ammortizzatori sociali".




permalink | inviato da sdchieti il 17/10/2007 alle 22:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sull'accordo delle pensioni - di Giustino Zulli
27 luglio 2007

Ancora una volta, in piena calura estiva, alla vigilia delle tanto attese ferie per molti lavoratori inchiodati alle catene di montaggio e in altri posti di lavoro faticosi e snervanti, chi governa mette mano al sistema pensionistico e previdenziale del nostro Paese. Evidentemente, all’interno dei governi, non importa se di centrosinistra o di destracentro, ci sono molti amanti della cabala che hanno pensato e pensano che il mese di luglio sia il più adatto per sferrare attacchi alle condizioni di vita di milioni di persone rappresentate dai sindacati confederali. C’è stato un luglio ’92 con un accordo che l’allora segretario generale della Cgil Bruno Trentin sottoscrisse senza avere avuto il mandato della sua organizzazione e che lo portò ad un gesto nobile, inusuale tra le personalità che contano nel nostro Paese-le dimissioni giustamente respinte dal Comitato direttivo della Cgil. C’è stato il successivo accordo del 23 luglio 1993, su cui sono stati versati fiumi di inchiostro per salutarne il nuovo e moderno metodo della “concertazione” che avrebbe dovuto consentire a lavoratori dipendenti e pensionati di vivere meglio e di guardare con maggiore serenità al proprio futuro e a quello delle nuove generazioni.

A 14 anni da quello “storico” accordo, facendo un esame obiettivo non viziato da preconcetti di tipo ideologico della situazione, c’è da dire che le cose non sono cambiate in meglio per i lavoratori dipendenti e pensionati che non arrivavano prima e non arrivano adesso alla quarta settimana del mese, mentre gli aumenti concessi alle pensioni più basse, non degne di un Paese civile, non sono sufficienti per una vita degna di essere vissuta.

Alla luce di queste necessariamente brevi considerazioni, il giudizio da dare sull’ultima ipotesi di accordo sottoscritta dal Governo e dalle parti sociali il 23 luglio scorso non può essere, a mio avviso, positivo. Non solo e non tanto perché l’intera trattativa è stata portata avanti senza un reale coinvolgimento dei diretti interessati che sono stati scarsamente chiamati alla mobilitazione per ottenere risultati significativi che determinerebbe una censura di tipo metodologico, quanto nel merito dei cosiddetti “benefici” che sarebbero stati ottenuti dalla parte più bisognosa della nostra società.

E’ certamente vero che c’era la scellerata “legge Maroni”- quella che avrebbe costretto i lavoratori 57enni a passare bruscamente, in una sola notte, a 60 anni di età per poter andare in pensione -da superare e forti tensioni nella maggioranza di Governo. Ma ancora una volta, in una logica difensiva,l’attacco al sistema pensionistico e previdenziale ha fatto passare in secondo e terzo piano quelle che secondo me sono le vere emergenze del nostro Paese: la malavita organizzata, la consistente e inaccettabile evasione contributiva, i troppi infortuni mortali sui posti di lavoro. E’ mai possibile che un Governo di centrosinistra non riesca a mettere al primo posto una lotta senza quartiere per sconfiggere questi fenomeni? E’ mai possibile che un Governo di centrosinistra che nei suoi partiti costituenti ha sempre parlato della necessità di separare l’assistenza dalla previdenza non lo riesca a fare pur esistendo una legge da oltre 20 anni? Se si separa la previdenza dall’assistenza, che deve restare a carico della fiscalità generale, il nostro sistema pensionistico sarebbe largamente in attivo e in perfetta linea con la spesa previdenziale in tutta l’Europa. Nel nostro Paese, i pensionati INPS sono 992.322 che ricevono 250 euro al mese, 5.135.107 che ne ricevono sino a 750, 1.196.813 fino a mille, 1.498.853 fino a 1.500, 659.356 fino a 2.000, 290.173 fino a 2.500, 103.061 fino a 3.000, 156.618 oltre 3.000.

Se escludiamo le ultime 4 classi, è mai possibile ritenere le altre responsabili di tutti i mali del Paese, di non poter mantenere in vita il sistema previdenziale pubblico, mentre mancano all’appello, secondo stime certamente per difetto, almeno 270 miliardi di euro evasi dai tanti nullatenenti che poi vanno in giro con potenti fuoristrada e lussuosissime automobili e barche di tutte le misure?
Su questa capacità di far pagare chi deve tutelando le fasce più deboli si misurerà, a mio avviso, la capacità veramente innovativa di un  Governo di centrosinistra.

Chieti,27 luglio 2007                                                   Giustino Zulli




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