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da www.sdabruzzo.it
24 febbraio 2008
Nuova legge elettorale regionale: donne e lista bloccata.

“E’ iniziata oggi l’esame della mia proposta di legge elettorale che ha fatto molto discutere sia per l’abolizione della lista bloccata regionale che per la doppia preferenza di genere (un uomo e una donna).
Sulla lista bloccata che elegge gli 8 consiglieri regionali indicati dal candidato Presidente che vince le elezioni, c’è poco da dire: occorre restituire il potere di scelta dei consiglieri agli elettori. Oggi non è così per 1/5 dei consiglieri regionali, ma non è così soprattutto per tutti i 650 deputati e i 315 senatori che saranno imposti con liste bloccate nelle prossime elezioni politiche del 13 e 14 aprile.


La casta è anche questo: i cittadini italiani non scelgono i parlamentari che saranno decisi a Roma dai vari Berlusconi, Veltroni, Fini, Bertinotti, Casini eccetera in un sapiente dosaggio personalistico e di potere che contribuisce ad allontanare i cittadini dalla politica.
Vedranno invece quanta passione politica si sprigiona nelle primarie americane tra Obama Barak e Hillary Clinton.
Sulla doppia preferenza ad un uomo e ad una donna c’è poco da dire. Sono stato a Stoccolma qualche giorno fa e ho visitato il consiglio comunale che è composto da 49 donne e 51 uomini. In Italia, come in Abruzzo, le donne sono un’esigua minoranza. Nella scorsa legislatura regionale vi era 1 donna su 43 consiglieri, ora ve ne sono 5. Nelle assemblee elettive le donne sono meno del 10%.
L’Italia è superata persino dall’Iraq e dall’Afghanistan nella percentuale di donne.
In Italia le donne hanno votato per la prima volta nel 1946, le inglesi lo avevano fatto nel 1880, le svedesi nel 1866, cioè un secolo prima!
La prima donna ministro, Tina Anselmi, si è avuta nel 1976, cioè la Repubblica italiana ha dovuto aspettare 30 anni per avere una donna nel Governo.
Tutto ciò è umiliante. Per questo la parità di genere è tutt’uno con la qualità della democrazia.
La mia è solo una proposta.
Ma è una prima risposta ad una questione enorme per la civiltà del nostro Paese. E mi piace che questa proposta di valore nazionale, nasca in Abruzzo.

Presidente Commissione Statuto Consiglio Regionale 
 Gianni Melilla    



permalink | inviato da sdchieti il 24/2/2008 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
da IL MANIFESTO del 14. 02. 08
15 febbraio 2008
Aborto, in campo le donne.

Cresce l'indignazione per l'irruzione della polizia al Policlinico di Napoli e la campagna contro la legge 194. Oggi una manifestazione nel capoluogo campano, sit-in a Roma, Bologna e Milano.

Il passaparola delle donne viaggia di nuovo su internet. Come era avvenuto per la grande manifestazione contro la violenza di novembre scorso a Roma, così anche ieri l'indignazione per l'intervento della polizia nel reparto di Ostetricia del Policlinico Federico II di Napoli a caccia di donne assassine e feti da rianimare è cresciuta on line e si è trasformata in mobilitazione di massa. Per tutto il giorno non hanno smesso di squillare i telefoni della Cgil di Roma e Lazio, dove si raccoglievano le adesioni alla manifestazione organizzata dall'Udi (Unione donne in Italia) e dall'Assemblea permanente delle donne napoletane che si terrà oggi alle 17 in piazza Vanvitelli a Napoli. E decine di persone hanno prenotato un posto sui treni organizzati in rappresentanza delle camere del lavoro territoriali. Contemporaneamente altri sit-in di protesta si terranno oggi a Roma, Bologna e Milano. Mentre l'Arcidonna lancia per l'8 marzo un appuntamento nazionale in difesa della legge 194, e per lo stesso motivo è stato indetto per venerdì prossimo alle 10 un presidio di protesta davanti al Secondo Policlinico di Napoli. Insomma, «la mobilitazione è spontanea e si sta organizzando via via», come ha raccontato Pina Nuzzo dell'Udi.
«Chiunque vada al governo sappia - avverte Stefania Cantatore dell'Udi di Napoli - che le femministe di questo Paese non abbasseranno la guardia perché sia la destra che la sinistra non hanno affrontato il problema strutturale, quello del potere maschile». Evidentemente, malgrado «il clima che sta montando contro le donne nel nostro Paese», nessuno si aspettava di assistere a un episodio così inquietante come quello napoletano. Come se a capo del ministero della Sanità ci fosse già Giuliano Ferrara. Tanto che ieri qualche flebile voce di protesta si è levata perfino da alcuni esponenti del Popolo delle libertà. A sinistra invece l'indignazione è forte ed evidente. «Quanto avvenuto a Napoli è una vera e propria dichiarazione di guerra. Una violenza contro il corpo delle donne, istigata dalla crociata per la moratoria sull'aborto», hanno scritto nel comunicato finale dell'assemblea che si è svolta ieri pomeriggio presso la Casa internazionale delle donne e alla fine della quale è stato deciso di indire una manifestazione per oggi alle 17 davanti al ministero della Salute. Stesso orario per l'appuntamento della Rete delle donne di Bologna davanti al reparto di ginecologia dell'Ospedale Sant'Orsola, considerato un luogo emblematico della sofferenza aggiuntiva a cui sempre più spesso sono sottoposte le donne che vivono il dramma dell'aborto: per il numero ragguardevole di medici obiettori di coscienza e per le incursioni dei cattolici oltranzisti con i loro rosari e le loro gigantografie di feti. A Milano invece l'appuntamento è doppio: c'è chi vuole manifestare - senza autorizzazione - davanti alla clinica Mangiagalli, che per prima in Italia ha introdotto un codice di autoregolamentazione per fissare il limite dell'interruzione di gravidanza alla 22esima settimana. Sono collettivi di femministe e lesbiche e si vedranno lì alle 17. La Rete delle donne della Lombardia invece, che comprende l'Udi, Sinistra arcobaleno e Usciamo dal silenzio, ha fissato un sit-in in piazza San Babila alle 18.
E anche la sinistra di governo reagisce: la sottosegretaria alla Famiglia Chiara Acciarini annuncia che sarà presente alla manifestazione di Napoli, mentre il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero invia la sua adesione considerando l'episodio «un pesante attacco alla dignità delle donne e ai loro diritti». Forse per questo anche Walter Veltroni - nella «terza Camera» di Bruno Vespa - non ha potuto fare altro che dire, rispondendo a una domanda sull'aborto: «Penso che la 194 è un'ottima legge, che ha ridotto del 45% il numero degli aborti. Fermiamoci qui e non trasciniamo questi temi in campagna elettorale».




 




permalink | inviato da sdchieti il 15/2/2008 alle 19:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Verso le elezioni da un altro punto di vista (13 febbraio 2008)
14 febbraio 2008

Ci vuole passione per ritrovare il senso della politica. Bisogna, allora, partire dalle donne.

Io questa volta non voto è la frase più comune, quella che si sente ripetere più spesso, dovunque si ci si trovi a parlare di politica e delle prossime elezioni. Cioè praticamente dappertutto di questi tempi, compresi autobus e bar. E la senti dire, io la sento dire, dalle persone un tempo più convinte, che oggi non sono più disposte a dare fiducia. Voci di vita quotidiana che i sondaggi confermano. I dati IPR diffusi ieri da Repubblica parlano di circa un 2 per cento di persone con orientamento politico già definito (di sinistra e di destra) che devono ancora scegliere tra le nuove proposte elettorali nei rispettivi schieramenti. Ma soprattutto mettono in evidenza un numero enorme, quasi drammatico, di votanti, tra il 28 e il 30 per cento, ancora indecisi. Io so che moltissime sono donne, che da tempo sanno per certo che la vita è altrove, non nella politica. E non chiamano politica, non più, la passione che spendono per proteggere se stesse, le persone care, la terra in cui vivono in comitati come quelli di Vicenza per la base al Dal Molin, o quelli sorti in Campania intorno al problema dei rifiuti. Le donne che non votano sono quelle che trovano insopportabile la politica chiusa in se stessa, che riproduce i riti di sempre, nel protagonismo solitario di uomini che si parlano tra loro. Come fare a convincerle, a conquistarne la fiducia? Si tratta di un punto essenziale per il buon risultato della campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno, un  punto che Sinistra Democratica deve sostenere con piena convinzione. Come fare a suscitare la speranza delle donne e di tutti gli stanchi, gli assenti, per esempio dei moltissimi ragazzi e ragazze che sono fuori per definizione, che non hanno mai pensato che la politica riguardi la loro vita, che non conoscono la forza dello stare insieme, di come insieme si può cambiare il mondo? Alcuni punti sono (dovrebbero essere) ovvi a partire dall’unità, parte essenziale del progetto di Sd. La Sinistra Arcobaleno, la sinistra unita è una speranza forte, contrasta la tendenza alla mucillagine, alla frammentazione della nostra società. Quindi va sostenuto e valorizzato tutto ciò che la conferma, l’unico simbolo, forse finalmente in arrivo. E nella formazione delle liste, candidature – dopo la brutta esperienza della scelta del candidato premier avvenuta nel chiuso delle stanze – scelte attraverso consultazioni il più possibile chiare, aperte, il più simile possibile a vere primarie, forse impossibili da mettere in piedi in così breve tempo. Con alcuni criteri, ovvi anche questi. Alternare donne e uomini, e che le donne, visto che abbiamo un candidato premier uomo, che sarà fin troppo spesso l’unico negli spazi mediatici – ben visibili, capolista il più possibile eleggibili, non in collegi disperati in partenza. E attenzione alle età, delle donne e degli uomini. Tutto questo, insisto, non per rivendicazione di posti per le donne, ma come ovvia conseguenza di un interesse comune a tutti, prima di tutto per gli uomini. La crisi della politica, quella che genera il rifiuto che porta all’astensione, è la crisi della politica maschile, quella fondata sul protagonismo di uomini soli al comando. È piuttosto chiaro che la dura campagna elettorale che ci aspetta, dove sarà in gioco la stessa esistenza della sinistra nel nostro paese, giocherà intorno ad alcuni assi comunicativi. Chi è nuovo e giovane e chi vecchio e antico. Chi è moderno e chi no. Con alcuni aspetti curiosi. Come potrà sostenere di essere moderno chi non potrà mettere nei propri programmi la soluzione di problemi della vita delle persone, come le coppie di fatto, e le convivenze tra persone dello stesso sesso?
Il nuovo della Sinistra Arcobaleno viene dal mettere al centro le donne, cioè la vita, la realtà così come è, senza orpelli e travestimenti, oltre ogni prospettiva di rivendicazione. Le molte donne e ragazze della Sinistra Arcobaleno saranno i soggetti attivi dei nuovi programmi, del nuovo discorso. Perché scegliere le donne, metterle al centro della politica a partire dalla vita significa rimettere in ordine i propri discorsi, dargli un senso nuovo. Per cui non si dirà  che il tema centrale è il lavoro, ma la vita di donne e di uomini, di ragazze – che sono la maggioranza dei precari– e ragazzi che fanno lavori minimi, pagati niente, insicuri, senza progetto. E che per questo vivono vite sentimentali altrettanto precarie, non trovano case a prezzi accessibili, non possono avere figli quando li desidererebbero. Cioè lavoro, welfare, prendono il corpo, i volti delle donne e degli uomini, si costruiscono sull’unità della loro esistenza, non dei dossier delle agende della politica. E laicità non è un tema astratto, un principio da opporre alla politica neotemporalistica delle gerarchie cattoliche, ma prima di tutto la concretissima guerra che si agisce intorno al corpo delle donne, contro la libertà femminile, nella ricerca di un potere perduto. E proteggere la terra è senza dubbio proteggere la propria vita, la vita di tutti. Sono alcuni esempi di come si può costruire un discorso politico che parta da sé, dalla vita delle donne, degli uomini, delle ragazze, dei ragazzi, Perché ci vuole passione, per ritrovare il senso della politica, senza ostacoli, pregiudizi provenienti del passato. Per questa via si potrà forse conquistare la fiducia e la speranza necessaria per votare e sostenere il progetto della sinistra.

 Bia Sarasini -Comitato Promotore Nazionale di Sd-




permalink | inviato da sdchieti il 14/2/2008 alle 15:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le elezioni e la sinistra. Un articolo della capogruppo Sd alla Camera su Liberazione del 7 febbraio 2008
7 febbraio 2008

Una squadra di donne non aggiuntive per far vivere la laicità e i diritti.

Siamo alle elezioni anticipate, provocate dai trasformismi dell’UDEUR, dei Liberaldemocratici, dei singoli senatori.
Il tempo incombe e non abbiamo neppure quello sufficiente ad analizzare per davvero le ragioni delle difficoltà dei 18 mesi di Governo Prodi.
Perché questa campagna elettorale sarà il primo biglietto da visita dell’unità a Sinistra: dovremo rendere chiaro che l’ambizione di dare vita in Italia a una Sinistra larga e di governo è più che un desiderio. E’ una scelta di valori, di programma, che parla di lavoro, di ambiente, etica pubblica, diritti civili, e di alleanze per non consegnare l’Italia al centro destra.
E vengo al punto: nella crisi della politica di oggi, la distanza tra i cittadini e la politica si può accorciare soltanto se la politica, cioè chi la fa, si assume la responsabilità di provare a fare ciò che si appassiona a dire.
Ciò è vero nella rappresentazione simbolica, nella costruzione dei gruppi dirigenti, dei programmi, delle liste elettorali, nel modo con cui si fa partecipare alle decisioni. Tutto ciò vale soprattutto per la Sinistra e richiederebbe una riflessione importante sulla coerenza tra il dire e il fare, come metro di misura della credibilità di un progetto politico, del nostro progetto politico.
Ma mi limito ora ad un unico argomento, particolarmente importante   e rivelatore.
Diritti civili, laicità, libertà delle donne sono il discrimine che separa visoni alternative di società.
L’ambiguità su questi temi è una delle ragioni di non adesione al PD, non la sola, ma certo decisiva, insieme all’equidistanza tra impresa e lavoro. E d’altra parte non è un caso che la campagna elettorale sia stata inaugurata dalla crociata contro la legge 194, lanciata da Ferrara, sponsorizzata dalle gerarchie ecclesiastiche e entusiasticamente accolta dalla maggioranza delle forze di centrodestra .
E’ la prova provata che l’attacco alle donne e alla loro libertà caratterizzerà la campagna elettorale e l’eventuale governo della destra.
L’impegno della Sinistra unita su questo terreno deve essere totale e riconoscibile anche nel modo con  cui la Sinistra compone la propria rappresentanza in parlamento.
Il “ticket” uomo-donna, indipendentemente dalle persone scelte, non parla di questo. Mi riferisco alla proposta avanzata da alcuni uomini di affiancare all’eventuale leader de La Sinistra- L’Arcobaleno una vice.
Intanto la rappresentanza delle donne in Parlamento   della Sinistra – l’Arcobaleno dovrà essere consistente; e lo sarà solo se tante saranno le donne capilista e se le liste saranno costruite attraverso il principio dell’alternanza uomo – donna: questo, per noi, è il test della coerenza tra il dire e il fare.
Naturalmente scelte entrambe molto impegnative, perché sostitutive. Se è capolista una donna non lo è un uomo e via così.
In generale, nel ticket c’è una somma: una donna si somma a un uomo, naturalmente mai il contrario. In particolare, in questo caso si tratterebbe di un incarico vicario di un ruolo che non ci sarà.
Per quanto ottimisticamente confidiamo nella capacità della Sinistra di attrarre consenso, infatti, è difficile pensare che il suo leader possa diventare premier, come ha riconosciuto lo stesso Fausto Bertinotti.
In secondo luogo il contributo che la Sinistra –L’Arcobaleno deve dare per rinnovare la politica nelle idee e nei gruppi dirigenti, restituendole la funzione di rappresentanza, è quella di una squadra di donne e uomini che si impegnano con passione civile per cambiare l’Italia e costruire la Sinistra.
Non solo simboli dunque, ma anche concrete risposte e percorsi democratici.

di Titti Di Salvo




permalink | inviato da sdchieti il 7/2/2008 alle 21:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lettera alla Sinistra
31 gennaio 2008
È tempo che la Sinistra sia una sola casa per tutti e tutte. 

Siamo donne con storie diverse, ciascuna convinta della necessità di una Sinistra unita, ci prepariamo agli Stati Generali tra ottimismo e preoccupazione. Speriamo che sia l'occasione per dare vita a una politica nuova, eppure temiamo le decisioni già prese, che si accontentano di una Federazione. Un progetto apprezzabile, forse l'unico praticabile. Ma che non ci convince, ci sembra troppo grande il rischio che sotto l'ombrello della federazione ciascuno continui a coltivare il proprio mondo. Non ci appassiona questa politica di uomini soli al comando, non funziona. Non è la politica che sta a cuore a chi desidera trasformare, innovare la Sinistra, è una politica vuota, inefficace che della politica ha prodotto la crisi, la perdita di autorevolezza e di senso che ci circonda. Crisi da cui non siamo indenni, noi sinistra, chi lo pensa si illude.

Siamo interessate a percorsi politici che non inventino a tavolino nuovi leader - uomini - con l'idea di risolvere in una persona il degrado in cui siamo immersi. E sosteniamo uno stare insieme che non cancella le individualità e trova una strada comune, condivisa, proprio perché sappiamo per esperienza quanto sia difficile e insieme fondamentale prendere la parola in prima persona, non delegare a nessuno e a nessun apparato pensieri e responsabilità, per questo prendiamo la parola insieme, ciascuna a partire da sé. Anche agli Stati generali. Perché ora per una Sinistra forte e costruttiva è il tempo del coraggio e dell'immaginazione. Per trovare idee e pratiche politiche di civilizzazione e libertà che ci portino fuori dal questa società in disfacimento in cui prevalgono denaro e potere, un mondo di slegami. Per inoltrarsi con coraggio sulle vie dell'invenzione sociale condivisa e costruire una politica che si intrecci alla vita.

Ecco, ripensare la politica a partire dalla vita. Queste sono le nostre parole chiave. Una politica di sinistra per cui le questioni economiche, dall'aumentare salari e stipendi alle macrocompatibilità sono fondamentali come l'allevamento dei bambini, la cura degli anziani, o la formazione continua. Perché anche il lavoro cambia, non è più il lavoro fisso del passato ma non può essere la schiavitù di chi non sa quanto guadagna e per quanto tempo. Una politica che si prende cura della terra che abitiamo, come dei diritti di ciascuno e ciascuna, di chi è nato nel nostro paese e di chi vi arriva con un progetto di lavoro e di benessere per sé e la propria famiglia, una politica che vuole rendere possibile a tutti la libertà delle convinzioni e delle fedi, delle scelte di vita. Una politica che ha tra i suoi cardini la laicità, ne fa una propria bandiera, non per rivendicare principi astratti ma nella ricerca di un vivere insieme in questo nostro paese che sia nello stesso tempo praticabile da tutti e tutte e rispettoso di ciascuna e ciascuno. Una politica che guarda senza paura o barriere ideologiche ciò che è al centro della stessa esistenza umana: i corpi delle donne e degli uomini, i modi in cui vengono al mondo e vivono, in famiglia, da soli, nella scelta delle diverse convivenze, nelle diverse età della vita. Una politica che nelle relazioni internazionali non accetta la globalizzazione come strumento di dominio, una politica che rifiuta la guerra. Nella speranza che la non-violenza diventi una pratica diffusa, una nuova capacità di affrontare conflitti senza alimentarli, prima di tutto in casa nostra. Una politica che fa della violenza sulle donne una questione centrale per tutte e tutti. Per questo auspichiamo che gli uomini prendano la parola sulla violenza maschile, come già alcuni fanno, senza rovesciare le proprie responsabilità sulle donne o cercare invece soluzioni fondate sulla forza.

Gli Stati generali della Sinistra saranno un incontro vitale, davvero l'occasione per fare sinistra nel ripensare la politica a partire dalla vita, solo se saranno un processo aperto, non precostituito, se non saranno l'ennesima approvazione celebrativa di decisioni già prese, la ripetizione di quei rituali di cui il ceto politico si nutre e che allontanano dalla politica tutti gli altri, prima di tutto le donne.

Per questo ci dichiariamo coinvolte, responsabili, pronte con la nostra visione, la nostra esperienza a orientare questa politica. Il nostro è un atto di fiducia, vogliamo condividere con tutti questo nuovo farsi della Sinistra, consapevoli che non ci sarà cambiamento, non si farà una sinistra plurale, una nuova costituente, senza volti e voci di donna.

Maria Chiara Acciarini, Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Gloria Buffo, Elena Del Grosso, Cecilia D'Elia Laura Gallucci, Lidia Menapace, Nicoletta Morandi, Pasqualina Napoletano, Marisa Nicchi, Isabella Peretti, Silvana Pisa, Tamar Pitch , Giulia Rodano,Bia Sarasini, Alba Sasso, Maria Vittoria Tessitore, Antonia Tomassini, Lalla Trupia, Luana Zanella, Katia Zanotti, Grazia Zuffa





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Il dibattito sulla 194
17 gennaio 2008

La 194 una vera legge laica. Ma le donne devono riprendere parola collettivamente. 

Io faccio parte di quella generazione di donne che si spese perché l’aborto uscisse dalla clandestinità e si trasformasse da dramma individuale a fenomeno sociale che richiedeva una risposta pubblica. Non si trattava infatti di una vergogna per le donne, ma dell’espressione di una secolare soggezione femminile che impediva alle donne di conoscere il proprio corpo, di padroneggiarlo e di vivere la maternità come una scelta e non come un destino obbligato. Chi oggi lamenta, a torto, che la legge 194 permette di usare l’aborto come metodo anticoncezionale, dimentica che in quegli anni in Italia era proibito anche l’uso della pillola anticoncezionale e che i primi  consultori furono autoorganizzati e operarono sempre ai limiti della legalità. Non si può isolare la legge 194 dal dibattito complessivo di quegli anni che riguardava la libertà femminile e la possibilità per le donne di decidere della propria vita ma anche se e quando dare la vita. Riconoscere questo potere alle donne significava sconvolgere l’ordine patriarcale e l’organizzazione sociale. Fu questo il vero scontro. Nessuno mai pensò  veramente che in gioco ci fosse il valore della vita, né che l’aborto fosse un “diritto”. Semplicemente, dentro una rivendicazione generale che mirava a riconoscere alle donne il diritto  (questo si) ad esercitare il controllo sulla propria fertilità, non era possibile dimenticare che molte donne sceglievano di abortire nella clandestinità rischiando la vita, e comunque vivendo nella solitudine un’esperienza dolorosa che le segnava profondamente. Ignorare l’estensione di questo fenomeno era pura ipocrisia; prevenirlo e regolarlo era un dovere per la collettività. Partendo da questa consapevolezza fu possibile aprire un confronto serio, nel Paese e non solo in Parlamento, anche con le donne cattoliche, per arrivare ad una legge condivisa e poi difesa da tutte nel referendum.
Certo la legge teneva conto di diverse concezioni etiche e perciò non piacque a molte donne. Io ritengo invece che la 194 è stato un buon compromesso perché basato non sull’etica della verità (la mia posizione è vera e perciò deve essere imposta a tutti) ma sul rispetto delle diverse concezioni etiche e religiose e sul principio dell’autodeterminazione delle persone.
Una vera legge laica. Forse è proprio questa la ragione dell’attacco ripetuto a questa legge, essa rappresenta un esercizio di responsabilità laica dello Stato e perciò svela una doppia contraddizione: per la  Chiesa che, vedendo diminuita la propria autorevolezza spirituale, cerca di imporre  attraverso lo Stato le proprie convinzioni e per i partiti politici che, avendo perso credibilità sociale, cercano un’alleanza con le gerarchie cattoliche per riconquistare consenso dagli elettori.
Che tutto questo avvenga sulla vita e sul corpo delle donne sembra poco rilevante.
Ma le donne perché tacciono? Perché lo permettono? Forse perché anche noi abbiamo perso fiducia nella politica e pensiamo di essere ormai abbastanza forti individualmente e di saper difendere la nostra libertà. In parte questa convinzione è vera, perché ormai i processi culturali e sociali sono andati così avanti che difficilmente potrebbero essere messi in discussione da un arretramento legislativo. Non possiamo, e non dobbiamo, però, sottovalutare che la grande insicurezza,  prodotta dalla frammentazione sociale, ha creato un clima favorevole alle ripresa di politiche autoritarie e che questo favorisce nuove forme di soggezione femminile e di legittimazione del potere maschile. Non parlano di questo gli episodi di violenza sulle donne? Perciò bisogna tornare a parlarne e riaprire un percorso di riflessione collettiva: per decidere insieme che fare e produrre fatti non solo per difendere la 194 (che comunque non si tocca!) ma anche per aiutare la politica ad uscire da uno scontro falsamente ideologico.

 Betty Leone -Segretaria Generale Spi-Cgil-




permalink | inviato da sdchieti il 17/1/2008 alle 20:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La Costituzione compie 60 anni
11 gennaio 2008
 

Da Cittadine invisibile a cittadine visibili

Sessant’anni fa -il primo Gennaio del 1948 -  entra in vigore la Costituzione Italiana e le donne entrano formalmente nella vita pubblica nazionale. Sono finalmente nominate nei principi e nei valori inviolabili  che disegnano  la democrazia. Le donne italiane,dunque,da cittadine invisibili diventano cittadine visibili.  Si sancisce il principio dell’uguaglianza di genere: uomini e donne,in particolare nel mondo del lavoro,hanno diritto allo stesso trattamento.   Riconoscendo la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge a tutti i cittadini  (Art.3),la parità tra uomini e donne in ambito lavorativo (Art.4 e 37),l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi all’interno del matrimonio (Art.29)  e la parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (Art.51),la Costituzione pone punti di riferimento nuovi e insieme detta le premesse  allo sviluppo futuro della legislazione italiana. In tutti questi anni infatti si sono fatti passi avanti importantissimi nel campo dei diritti e delle libertà delle donne dentro il quadro di riferimento dei principi costituzionali. La Costituzione in sostanza  rimane ancora vitale  nonostante qualche ruga dovuta all’età,ma ,proprio in ragione della sua lungimiranza, è ancora incompiuta nei suoi principi fondamentali. Rimane ancora aperta la forbice tra i diritti formali e i diritti sostanziali,tra  quadro dei principi e dei valori e   vita quotidiana.  Le pari opportunità e le libertà delle donne  nei 60 anni che abbiamo alle spalle hanno fatto passi da gigante ma sono ancora in cammino e spesso,nella realtà,sono contraddette o messe in pericolo.
Va comunque ricordato che,se la Costituzione sancisce la perfetta parità tra uomini e donne,in alcuni importanti articoli risente degli scontri avvenuti in Costituente tra laici e cattolici e trova un equilibrio non sempre limpido.  Mi riferisco agli articoli 29,30,31 che riguardano il tema della famiglia,della morale e dei diritti .
Gli importanti enunciati a favore della perfetta parità vengono limitati dalla frase “con i limiti stabiliti dalla legge”,ben sapendo che i codici e le leggi vigenti nella sfera della famiglia e della morale li contraddicevano ancora ampiamente.
I costituenti e le costituenti vollero e seppero sapientemente trovare un equilibrio accettabile per tutti nel testo fondamentale,ma erano ben consapevoli di lasciare aperta la strada a percorsi normativi tra loro diversi.
Potrei dire che nel campo delle libertà individuali,in particolare femminili, fecero ricorso a una “saggia ambiguità” e scelsero di consegnarla al futuro. La sfera della laicità in riferimento ai nodi della sessualità,della famiglia,del matrimonio trova nel testo fondamentale un  suo equilibrio,ma un “equilibrio instabile”,un “compromesso aperto”.
C’è ,in questo “equilibrio instabile”,in questo “compromesso aperto” –sicuramente svantaggiosi per i laici più che per i cattolici -  la grande capacità politica delle classi dirigenti  di allora di darsi reciproco riconoscimento,di rendere produttive per tutti le differenze culturali e religiose,di mettere il “bene comune” al di sopra  dell’interesse di gruppo o di partito. Ma c’è anche la debolezza,a tutt’oggi persistente,nell’assunzione piena della laicità dello Stato come presupposto indiscutibile per tutti e tutte e l’esposizione costante delle conquiste legislative in questo campo a venti integralisti e reazionari.  Vale per tutte la periodica,metodica,testarda messa in discussione fino ai nostri giorni della Legge 194,come se non contassero  niente l’abbattimento sistematico in questi anni del ricorso all’aborto e la volontà popolare che a distanza di quasi trent’anni dal referendum difende questa legge civile.
Ciò che mi sento di dire è che allora come oggi le classi dirigenti italiane dovevano fare i conti con la presenza invasiva delle gerarchie vaticane che ha condizionato e condiziona –a volte ancora pesantemente – l’autonomia della politica nel nostro paese,ma che l’indebolirsi del  “bene comune”come fine primario della politica espone assai di più oggi che ieri le classi dirigenti alla subalternità.
Molto lentamente e a distanza di tanti anni dall’entrata in vigore della Costituzione  comunque quasi tutte le vecchie leggi sono state abolite e modificate e il merito va in gran parte alle lotte delle donne e dei loro movimenti.
La stessa Costituzione,con i suoi principi di uguaglianza e di parità,è stata resa possibile dall’ingresso sulla scena sociale e politica delle donne.

Domenica 2 Giugno 1946 i cittadini e le cittadine italiane  votano per la prima volta dopo il fascismo.
Le donne per la prima volta possono votare e possono essere votate. E’ un passaggio storico. Si sceglie tra  Repubblica e Monarchia e si eleggono i parlamentari e le parlamentari dell’Assemblea Costituente, quelli che scriveranno la nostra Costituzione.
Questo è stato possibile perché molte avevano conquistato la loro cittadinanza nella Resistenza. E’ appunto il riconoscimento del contributo straordinario dato dalle donne italiane alla lotta contro il nazifascismo e per la liberazione dell’Italia che prepara questo giorno storico.
Ed è giusto ricordare che il cammino delle donne per il diritto al voto nasce molto tempo prima con donne come Margaret Brent in America, Olympe De Gouges in Francia, Anna Maria Mozzoni in Italia.

Il diritto al voto fu una conquista difficile: prima di allora e  per 20 volte nella storia dell’Italia Unita la richiesta del voto alle donne era stata presentata, per ben 20 volte era stata respinta.
Da quel lontano Giugno del 1946 inizia il lungo e ancora incompiuto cammino delle donne italiane per i diritti, l’emancipazione sociale, la parità.
Inizia quella che io chiamo “la grande rivoluzione pacifica e moderna del nostro paese: la rivoluzione delle donne”.
Una rivoluzione che cambiando la coscienza delle donne cambia il  volto del nostro paese, gli stili di vita, le leggi.
Una rivoluzione lunga, non ancora conclusa.
Nonostante le donne di oggi siano ricche di talenti e di forza, la società e la politica non sanno ancora avvalersene pienamente, gli ostacoli non sono ancora rimossi, gli uomini  italiani non sono ancora  compiutamente europei e moderni, la politica è saldamente tenuta nelle mani maschili.
Questo ritardo pesa non solo sulle donne, ma sulla qualità delle classi dirigenti italiane. Classi dirigenti troppo vecchie e maschili.
Le donne della mia generazione hanno la grande responsabilità di trasmettere nelle mani delle più giovani la memoria della storia del genere femminile, quella per i diritti, la parità, le libertà, ma anche quella degli insuccessi e degli scacchi, delle aspirazioni realizzate e delle cocenti delusioni.
Come per un popolo e per un paese, anche per le donne la memoria va coltivata e svelata, per mettere in grado le più giovani di riconoscerne gli errori e di evitarli, di leggerne i limiti e di provare a superarli, di imparare quando c’è da imparare.
IL FILO DELLA MEMORIA PREPARA IL FUTURO.
Nulla è dato per sempre, anche questo dobbiamo insegnare.
Nella vita privata come nella vita pubblica, così nella vita sociale.

LA STORIA DEI DIRITTI DELLE DONNE E’ UNA STORIA LUNGA, VIENE DA LONTANO.

Quelle 21 donne che nel 1946 furono elette nell’Assemblea Costituente diedero finalmente voce e rappresentanza alle donne italiane che avevano sofferto con i loro compagni la guerra, la dittatura del fascismo, l’occupazione tedesca.
Nove erano comuniste, nove democristiane, due socialiste e una eletta dall’Uomo Qualunque.

Alcuni nomi ci sono familiari e cari: Teresa Noce, Rita Montagnana, Nadia Spano, la più giovane venticinquenne Teresa Mattei, Lina Merlin, Maria Federici, Angela Gotelli, Maria Jervolino.
E Nilde Jotti, la prima donna italiana ad occupare il posto di Presidente della Camera dei Deputati. Una donna, una compagna che mi rimarrà sempre nel cuore.

Così voglio ricordare una straordinaria donna milanese, Gisella Floreanini, che, prima di lei, fu il primo Ministro donna nel Governo della Repubblica della Val D’Ossola.
Abbiamo dovuto aspettare  ben 30 anni perché un’altra donna fosse Ministro della Repubblica: Tina Anselmi, Ministro del Lavoro.
Cosa rappresentò dunque la conquista del voto per le donne?
Voglio dirlo con le parole di alcune protagoniste:
“Le schede che ci arrivavano in casa e ci invitavano a compiere il nostro dovere – scrive Anna Garofano, una delle più sensibili giornaliste dell’epoca –  hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani  e ci sembrano più preziose della tessera del pane”.
E ancora: “Nella cabina avevo il cuore in gola e avevo paura di sbagliarmi……Forse possono capirmi le donne e gli analfabeti. Fu un giorno bellissimo” scrive la scrittrice Anna Banti.
E Aba De Cespedes: “Il giorno delle elezioni uscii dalla cabina liberata e giovane come quando ci si sente i capelli ben ravviati sulla fronte”.
Quello fu un momento magico per la politica e per la democrazia: l’impegno politico, l’esercizio del voto, la ricostruzione dell’Italia erano una missione condivisa da milioni di italiani e di italiane.
Coincideva con la rinascita e il riscatto della propria vita dalla sofferenza e dall’umiliazione. Coincideva con l’amore per la  libertà e la giustizia.
La politica non era un’altra cosa  dalla vita ma ne incarnava i valori e i sentimenti più diffusi e più alti.
Poter votare per queste donne era come riprendere a vivere, a ballare, a sentire la musica, a sorridere, a riconoscersi e a ricostruire la propria esistenza.
E i valori di questa nuova Italia li ritroviamo nella Costituzione.
E la Costituzione  -grazie a quelle 21 donne che in quel lontano 1946  entrarono a Montecitorio- parla al futuro, nomina diritti fondamentali,diritti esigibili ma che ancora non dobbiamo smettere di voler esigere completamente.
Permane infatti, anche se si è accorciata, una grande distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione sostanziale.
Basti pensare che solo nel 1963, 15 anni dopo l’approvazione della Costituzione, le donne possono entrare in Magistratura.
Ma in questi 60 anni i passi in avanti sono grandi e costanti:
dalla parità salariale alla tutela della maternità, dall’istituzione del divorzio nel 1974 fino al nuovo Diritto di Famiglia nel 1975, quando la famiglia patriarcale fondata sul Capo Famiglia esce definitivamente dal Codice Civile anche se non del tutto dalla vita di tutti i giorni.
Lo firmano deputate di partiti diversi: Adriana Seroni, Nilde Jotti, Tina Anselmi, Maria Eletta Martini e una dirigente a cui ho voluto particolarmente bene, perché è stata una grande dirigente delle donne,che purtroppo ci ha lasciato: Giglia Tedesco.
Quasi tutte le grandi leggi civili dell’Italia si sono conquistate grazie alla capacità delle deputate e delle donne di rompere gli steccati ideologici e i recinti dei partiti, anche quando l’Italia era divisa e i partiti contrapposti.
Un grande insegnamento a cui sarebbe bene attingere anche oggi.

Il 1975 è un vero e proprio spartiacque:
nasce il femminismo e la generazione dell’emancipazione e della battaglia per l’uguaglianza con gli uomini cede il passo alla generazione della differenza di genere.
Inizia il cammino della cittadinanza attiva, delle pari opportunità, ma soprattutto delle libertà femminili nella vita sessuale e di coppia, nella scelta libera e responsabile della maternità.
Si pronunciano parole d’ordine nuove e scandalose: autodeterminazione, autonomia, separatezza, “il corpo è mio e me lo gestisco io”.
Grandi sono le conquiste simboliche e legislative:

-su tutte una, la Legge 194 sulla Interruzione Volontaria di Gravidanza varata nel 1978 e sottoposta a referendum nel 1981 e difesa con il 68% dei consensi.
Una buona legge che strappò le donne dall’orrore dell’aborto clandestino e che  non ci stanchiamo di difendere oggi;

-la Legge sulla violenza sessuale che mobilitò per anni il movimento femminista e che vide la luce solo nel 1996;

-avanza la legislazione di parità sul lavoro e si inizia a discutere sul tema cruciale della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro fino a scrivere nuove norme sui congedi parentali e solo pochi mesi fa,grazie a un disegno di Legge di Sinistra Democratica,viene cancellata l’odiosa discriminazione delle donne sul lavoro a causa della maternità.
E infine solo nella scorsa Legislatura si riesce ad approvare la modifica dell’Art.51 della Costituzione per rendere effettivo quell’accesso ai pubblici Uffici” sancito nella nostra carta fondamentale. Ma anche questa modifica deve trovare piena attuazione nelle leggi elettorali.

Come la storia insegna, noi donne sempre, nei momenti più difficili e drammatici, nella storia come nella vita, ci prendiamo il carico maggiore di responsabilità e diventiamo decisive.
Siamo state questo nella lotta di Resistenza, siamo così nella vita di tutti i giorni quando offriamo la nostra cura  a un figlio in difficoltà o a un anziano non autosufficiente.
Sono convinta che le donne siano già “nuova classe dirigente”,ma forse non devono limitarsi a reclamare che finalmente la politica se ne accorga.
Sulla libertà e sui diritti delle donne si misura lo scontro di potere che è in atto nel mondo.  Quando le donne sono meno libere è davvero meno libero il mondo e passano guerre, violenze, soprusi, ingiustizie, povertà.

In 60 anni la rivoluzione femminile è andata avanti e ha costruito persone nuove. Oggi le donne sono sempre più consapevoli dei propri talenti e dei propri diritti.  E’ ormai una nuova coscienza di sé che diventa dato permanente della società italiana e della sua cultura. Grazie a tante donne di ieri oggi le donne  “POSSONO”.
Tocca alle ragazze prendere il testimone e preparare il futuro.
Questa è la generazione della parità, che rischia però di risvegliarsi amaramente verso i 30 anni quando scopre che essere donna è ancora piuttosto complicato.
Spero solo che la memoria della storia delle donne e dei  passi in avanti compiuti -dalle  21 donne che hanno saputo guardare lontano scrivendo la Costituzione a noi, generazione del femminismo- trasmetta  alle ragazze più giovani
l’impegno a non smettere di cercare, di sperimentare, di battersi con passione e con intelligenza.

La Costituzione chiede a loro il coraggio e l’ambizione di andare oltre la soglia dove altre generazioni  -forse-  si sono fermate.

di Lalla Trupia




permalink | inviato da sdchieti il 11/1/2008 alle 9:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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