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Alla mia nazione - Gassman recita Pasolini
22 gennaio 2008

Alla mia nazione

    Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

    ma nazione vivente, ma nazione europea:

    e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

    governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

    avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

    funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

    una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

    Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

    pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

    tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

    Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

    proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

    E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

    che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.

    Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Pier Paolo Pasolini




permalink | inviato da sdchieti il 22/1/2008 alle 1:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il primato che ritorna -da IL MANIFESTO-
17 gennaio 2008
Il primato che ritorna


Due giorni fa Joseph Ratzinger ha celebrato la messa nella cappella Sistina dando le spalle ai fedeli. Liturgia che il Vaticano II aveva sostituito con la celebrazione faccia a faccia perché non fosse un dialogo del sacerdote con dio, e i fedeli dietro, ma una celebrazione in comune. Ora si ritorna indietro. Da quando è papa ha riaperto ai lefebvriani, ha chiuso con il dialogo ecumenico all'interno stesso dell'area cristiana, ha negato nel non casuale lapsus culturale a Ratisbona, qualsiasi spiritualità all'islam, ha messo un alt all'avanzata di un sacerdozio femminile, ha ribadito l'obbligo del celibato per i sacerdoti, ha negato i sacramenti ai divorziati che si risposino, ha respinto nelle tenebre gli omosessuali, ha condannato non solo aborto e eutanasia, ma ogni forma di fecondazione assistita, ha interdetto la ricerca sugli embrioni, intervenendo ogni giorno direttamente o tramite i vescovi sulle politiche dello stato italiano. Tra un po' risaremo al Sillabo.
Sono scelte meditate, che significano un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II, che era stato un aprire le braccia all'intera comunità cristiana e oltre, a quel più vasto «popolo di dio» che era costituito, per il clero più illuminato, anche dai laici. Insomma, come Cristo la chiesa ridiscendeva fra la gente, e non saliva obbligatoriamente con lui sulla croce. Era stato Giovanni XXIII - un papa che non vantava grandi meriti teologici - a guardare con generosità alla crisi del cattolicesimo nel mondo moderno e a riaprirne i varchi. E ne venne un grande fervore, la crisi parve per breve tempo sciogliersi negli anni Sessanta. Ora si incancrenisce di nuovo basta leggere le preoccupate informazioni di Filippo Gentiloni sul posto che ha oggi la pratica del cattolicesimo fra gli italiani, e la crisi delle vocazioni che ne consegue.
E' con questo papa che l'intera sfera politica italiana, da destra a sinistra, a eccezione dei radicali, dialoga e compone, cedendo ogni giorno qualcosa di più. Già aveva cominciato Luigi Berlinguer a eludere il divieto costituzionale finanziando le scuole confessionali ma, se era una concessione, almeno non era il consenso a una perpetua interferenza. Che si è andata invece accentuando con Karol Woityla, dovunque le scelte politiche sfiorino il terreno della coscienza. Come se questa fosse dominio riservato alla religione, e perdipiù cattolica, e una coscienza laica non esistesse, o fosse di ordine inferiore.
Così ieri Giovanni Paolo II è stato invitato in quella sede eminentemente politica che è il Parlamento, cosa che ad Alcide de Gasperi non sarebbe mai venuta in mente e oggi Walter Veltroni trova che, Roma essendo sede del seggio pontificio, non è il caso di celebrarvi le unioni civili fra persone del medesimo sesso, e speriamo che non trovi maleducato continuare a celebrare quelle fra sessi diversi, ma maleducatamente civili. E l'università della capitale, dimentica che negli atenei nessuna autorità estranea, neppure i tedeschi occupanti aveva mai messo piede, invita Ratzinger - che ieri ha saggiamente rinunciato - a elargirle non so se parole o benedizioni, qualcuno sostenendo che sarebbe un sommo teologo l'autore delle due modeste encicliche su carità (o amore depurato da ogni eros) e speranza (nella salvezza), e d'un libro su Cristo che non ha fatto palpitare. Che la destra vaticana voglia la riconquista dello stato si capisce. Che questo le spalanchi le porte no. Inviterei Veltroni e la costituente del Pd a rileggere il dibattito del 1905 sulla separazione fra stato e chiesa. In essa Jaurès argomentava come essa costituisca la sola garanzia di libertà per l'uno e per l'altra. O in una democrazia postmoderna, postcomunista, riformista è più trend ispirarsi all'Opus Dei della signora Binetti?

Rossana Rossanda



permalink | inviato da sdchieti il 17/1/2008 alle 21:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UN ESTRATTO DA "PAROLE SANTE" DI ASCANIO CELESTINI
16 dicembre 2007

                             PAROLE SANTE 


Ci stanno due palazzi.

Uno è il centro commerciale con la sua bella insegna, il tetto iperbolico e le vetrate lucide che lo fanno sembrare un autogrill da superstrada per Marte. L'altro, un parallelepipedo dritto pensato da qualche geometra con le coliche è il call center. Uno è fatto per essere guardato e infatti lo vedono tutti. L'altro è invisibile un po' perché non fa piacere vederlo, un po' perché il gemello sgargiante che gli sta accanto si prende tutta l'attenzione. Però si fa sentire. Ci parli al telefono quando ti chiama a casa per venderti un aspirapolvere o un nuovo piano tariffario. Ci parli quando chiami il numero verde scritto sull'etichetta di una bevanda gassata o un assorbente interno. Accanto ai gemelli di cemento armato ci passa la strada e intorno ci sta la borgata. Affianco alla borgata ci sta la città, o forse è il contrario. E in mezzo ci si muove il popolo.

Il popolo che è un bambino.

Si arrabbia per le ingiustizie, si commuove davanti al dolore, si illude e si innamora. Poi spenge la televisione e va a dormire sereno. Il popolo lavora, guadagna e spende. L'hanno convinto che l'economia funziona così. Bisogna far girare la ruota. Ma poi tra i neon del centro commerciale e i telefoni del call center qualcuno smette di girare. Forse è solo il bruco che esce dal buco, il cadavere che prova a resuscitarsi da solo. Forse è il ladro e si rende conto che non basta rubare ai ladri per pareggiare i conti. E infatti è un collettivo di lavoratori, ma è anche un pezzo di popolo. Christian dice "abbiamo incominciato perché non avevamo niente da perdere". Maurizio dice "quel posto è come il Titanic. Il transatlantico affonda e i passeggeri fanno finta di niente. Ma noi non affonderemo cantando".

Parole sante!




permalink | inviato da sdchieti il 16/12/2007 alle 21:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
P.P.P.
21 novembre 2007




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Giglia Tedesco
10 novembre 2007

ROMA - E' morta a Roma Giglia Tedesco. Aveva 81 anni. Per tutta la vita è stata una protagonista di primo piano nella vita politica del nostro Paese e, in particolare, della storia del Pci. Si era iscritta al partito Comunista nel 1946 (tanti anni dopo ne sarebbe divenuta presidente), nel 1960 era entrata a far parte del Comitato centrale e, nel 1984, della Direzione. Presidente del Congresso di costituzione del Pds e del Consiglio nazionale dal 1993 al 1997, era associata all'Udi, Unione donne italiane, dal 1945, e aveva fatto parte della presidenza nazionale dal 1959 al 1973. A lungo a Palazzo Madama, era stata anche vicepresidente del Senato, e del Gruppo fino alla fine degli anni Ottanta. Già componente della commissione Giustizia, era stata presidente del Consiglio nazionale dei garanti all'inizio degli anni Novanta. Membro del Comitato per la riforma del diritto di famiglia, era stata relatrice della legge 194 sull'aborto.
Un nonno sette volte ministro con Giolitti, l'educazione fondata su valori cattolici e antifascisti, quand'è ancora studentessa universitaria lavora al ministero del Tesoro, dove era stata trasferita perché Amintore Fanfani, allora ministro del Lavoro, non gradiva la sua presenza nel suo dicastero. Intanto fa politica, frequenta il gruppo dei cattolici romani, entra nel Partito comunista italiano, aderisce al movimento delle donne. E comincia il suo lungo cammino.
Sensibile e ironica, la vita impostata su una linea di grande rigore, profondamente schiva e riservata. Al Congresso dei Ds di Roma, nel 2005, inviò un biglietto col quale si scusava di non poter essere presente a causa "di fatti sanitari", un'espressione che le permise di aggirare ogni precisazione sui suoi problemi di salute. Così come ha fatto adesso, alla fine, dando precise disposizioni che la notizia della sua malattia non venisse diffusa.
"Una donna forte e generosa che ha dedicato l'intera sua vita agli ideali della sinistra e alle ragioni delle donne", commenta Piero Fassino. "In ogni passaggio cruciale della lunga vicenda della sinistra italiana e del suo principale partito - ricorda il leader Ds - ha sempre sostenuto con entusiasmo e convinzione ogni cambiamento capace di interpretare le aspettative e le domande della società". E ha sempre fatto prevalere, sottolinea Fassino, "un'idea della politica fondata sull'ascolto, sul dialogo, sulla comprensione delle ragioni altrui, sulla ricerca del bene comune. Protagonista di tutte le battaglie di emancipazione e liberazione femminile - conclude - ha contribuito in misura decisiva ad affermare i diritti delle donne. Ci mancheranno la sua forza e il suo sorriso".
E Barbara Pollastrini, ministro delle Pari opportunità, la ricorda come una donna staordinaria e coraggiosa: "Un ricordo vivo che porteremo con noi anche nel nuovo partito Demopcratico per cui tanto si è spesa".
Di recente, era uscito in libreria Ho imparato tre cose. Conversazioni con Giglia Tedesco, in cui Anna Maria Riviello - anch'essa ex dirigente del Pci e dell'Udi - intervista l'amica e compagna con l'obiettivo di ricostruire, attraverso l'impegno politico di Tedesco nel partito e in Parlamento, il clima e la cultura politica con cui sono state vissute le battaglie che hanno visto le donne in prima linea e hanno portato all'approvazione di leggi che hanno cambiato la storia d'Italia. Nel libro, Tedesco parla anche della sua vita privata, dei rapporti col marito, Tonino Tatò, segretario di Enrico Berlinguer, e dell'amicizia con Nilde Jotti.
E sono tre, appunto, le cose che, nel libro, Tedesco dichiara di aver imparato: "Dal Pci ho imparato che il noi è più importante dell'io". "Da mio marito ho imparato che bisogna guardare al futuro, alle cose che bisogna fare". "Dal movimento delle donne, che bisogna sempre partire dalla propria esperienza. Che è una risorsa insostituibile".
(9 novembre 2007) da www.repubblica.it




permalink | inviato da sdchieti il 10/11/2007 alle 21:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il 16 ottobre 1943 - 2007
16 ottobre 2007

NON C'È FUTURO SENZA MEMORIA
COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO 
SONO DESTINATI A RIPETERLO

Il 16 ottobre 1943

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.

Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. 

Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»

(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

 

Settimia Spizzichino: il dovere della memoria

Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore.

Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.

Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz... anche se non sempre sono entrata nei particolari.

Ad Auschwitz si desidera tornare - anche molti di quei ragazzi lo desiderano - e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. - Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto.

In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro. 
E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia.

(Dal libro "Gli anni rubati" di Settimia Spizzichino)

 

SHOAH- PER NON DIMENTICARE
16 ottobre: 9 ore di film per ricordare la Shoah

MARTEDI 16 OTTOBRE
La Casa del Cinema Roma

Sala Kodak ore 15.00
Giornata dedicata a Shoah
di Claude Lanzmann
BIM e Giulio Einaudi editore presentano
Proiezione integrale del film
SHOAH
di Claude Lanzmann
Francia, 1985, 570’/9h
Sarà presente l’autore


Realizzata in 11 anni di lavoro Shoah è l’opera di una intera vita che si oppone a quella che fu l’opera – tra le più vergognose e indimenticabili – della morte. Nel 1985, quando Shoah viene presentato al pubblico, subito si parla di un capolavoro assoluto di arte cinematografica e di storia. A distanza di 22 anni dalla sua prima apparizione Shoah fa parte della storia del cinema e della storiografia dell’Olocausto, così come il libro che ne raccoglie il testo integrale (al quale questa edizione aggiunge un testo inedito Un vivo che passa), e resta una delle opere più importanti sulla distruzione degli ebrei d’Europa. «Non si può raccontare. Nessuno può immaginare quello che è successo qui. Impossibile. E nessuno lo può comprendere. Neanch’io oggi. Non riesco a credere di essere qui. No, questo, non riesco proprio a crederlo». Sim on Srebnik, uno dei due sopravvissuti al campo, è tornato a Chelmno, in Polonia, il primo luogo in cui i tedeschi applicarono la ‘soluzione finale’. Da queste immagini e da queste parole, che aprono Shoah, lo spettatore è catturato, colpito da un orrore tragico che non lo abbandonerà per tutte le 9 ore e mezza del film.

Claude Lanzmann nato a Parigi nel 1925 è stato uno degli organizzatori della resistenza al liceo Blaise Pascal di Clermont Ferrand nel 1943. Ha partecipato alla lotta clandestina in città e agli scontri del maquis dell’Auvergne. È medaglia alla Resistenza e cavaliere della Legion d’Onore. Nel 1952, lettore a Berlino durante il blocco, conosce Sartre la de Beauvoir e comincia a collaborare a Les Temps Modernes del quale è tuttora direttore. Inizia a lavorare al film Shoah nel corso dell'estate 1974, la realizzazione della pellicola lo occupa a tempo pieno per undici anni. Dalla sua uscita nelle sale, nel 1985, questo film è stato considerato un evento fondamentale, sia dal punto di vista storico che cinematografico. Shoah ha avuto ripercussioni che non accennano a diminuire: ad esso sono consacrati migliaia di articoli, studi, libri e seminari nelle università di tutto il mondo. La pellicola ha ottenuto le più alte onorifi cenze ed è stata premiata a numerosi festival. Dopo Pourquoi Israël e Shoah, è Tsahal l'ultimo capitolo della trilogia di Claude Lanzmann, che conclude così una serie di film presenti nella sua mente fin dall'inizio.




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"Nobel & Che"
15 ottobre 2007
Il Nobel per la Pace ad Al Gore

Per l’impegno a costruire e diffondere una più vasta conoscenza dei mutamenti climatici causati dall’uomo”. Insieme all’ex vicepresidente USA premiato anche il Comitato Intergovernativo per i Mutamenti Climatici Onu (Ipcc)
Di Al Gore in imminente uscita per Feltrinelli L’assalto alla ragione un libro sui pericoli che corrono la democrazia americana e tutte le democrazie occidentali, ormai in preda all’uso enfatico della paura.

Siamo molto contenti. Due premi Nobel in due giorni… È fantastico, e lo è ancor di più avere nel nostro catalogo, per due anni di seguito il Premio Nobel per la Pace: l'anno scorso il grande Muhammad Yunus e oggi Al Gore del quale pubblicheremo alla fine del mese L’assalto alla ragione, un libro coraggioso che purtroppo un politico italiano non saprebbe scrivere.”

Carlo Feltrinelli


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A quarant’anni dalla morte di Ernesto “Che” Guevara

Il 9 ottobre 1967 si conclude tragicamente l’ultima avventura del “Che”, il suo ultimo grande sogno raccontato in un Diario, cronaca accurata della spedizione, in Bolivia del “Che”, in cui il senso di umanità che muoveva all’azione Guevara si dispiega in tutta la sua pienezza.

Nello speciale articoli di Carlo Casalegno, il giornalista della “Stampa” vittima delle Brigate Rosse, Paolo Pardo e Roberto Romani, - usciti all’indomani della pubblicazione del Diario in Italia - che pur essendo tre letture del libro molto diverse tra loro, puntano l’attenzione sul lato profondamente umano della vicenda del “Che”; una videointervista in cui Inge Feltrinelli racconta la nascita del libro e come fu scelta ed editata la celeberrima foto di Korda che andò in copertina e la prefazione al Diario di Fidel Castro.




permalink | inviato da sdchieti il 15/10/2007 alle 23:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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