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Dall'assemblea dei giovani SD del 26 gennaio
2 febbraio 2008

Noi giovani abbiamo una responsabilità in più: far vivere quelle lotte che sono la risposta alla nostra domanda di senso.

Care compagne, cari compagni
Intervenire sul finire di una giornata di lavori così intensa e articolata, caratterizzata da un dibattito ampio e da interventi qualificanti e molto stimolanti non è affatto facile e pensare di poter in qualche modo proporre una sintesi o addirittura una qualche forma di conclusioni sarebbe da parte mia quanto meno presuntuoso. Lascio quindi questo onere a chi parlerà dopo di me, limitandomi per quanto mi riguarda semplicemente ad aggiungere e condividere con voi alcune considerazioni, non solo su quelle che sono state le riflessioni scaturite nel corso di questa giornata ma anche, mi permetterete, su una serie di prospettive che - in termini di elaborazione e impegno politico - queste stesse riflessioni credo ci suggeriscono, alla luce anche di quanto fuori di questa sala sta avvenendo in questi giorni e in queste ore nel quadro politico italiano.
Infatti se da un lato risulta inconfutabile che “nelle sue attuali forme il capitalismo è incompatibile con la vita del mondo” dall’altro lato dobbiamo anche prendere atto che “nelle forme attuali Mastella è risultato incompatibile con la vita del Governo Prodi”… E proprio questa crisi, che danneggia il Paese e soprattutto i soggetti piu’ deboli e che pone la sinistra tutta di fronte, io credo, all’esigenza di accelerare - in sintonia con quanto prospettato l’8 e il 9 dicembre scorso -  il proprio processo unitario, ci dimostra una volta ancora i limiti e le debolezza del nostro sistema politico. Il che – senza scivolare in facili considerazioni populistiche – richiama il senso di questa manifestazione e gli interrogativi che nel corso di questa giornata sono emersi e sono stati rivolti alla sinistra tutta.
A partire dagli interrogativi, dalle domande di senso rispetto ad un mondo in cui la crescita ineguale dei consumi è ingiusta e preme sui limiti delle risorse naturali del pianeta, in cui le scelte economiche e produttive dei paesi industrializzati hanno garantito un benessere illusorio perché il loro modello di sviluppo non è piu’ in grado di assicurare la qualità della vita delle persone e nuove opportunità per uno sviluppo durevole, ecologicamente e socialmente sostenibile. Un mondo – e una società – in cui il nuovo capitalismo (che ha avuto in questi anni fin troppi esegeti, non solo a destra) ha fatto si che il divario tra paesi e tra popoli – contro ogni aspettativa teorica e promessa politica di convergenza – negli ultimi tren’anni sia piu’ che raddoppiato: oggi il 20% degli individui che vive nei paesi a reddito piu’ elevato ha raggiunto l’86% del prodotto interno lordo mondiale e i paesi OCSE – con meno del 19% della popolazione mondiale – controllano il 71% del commercio mondiale di beni e servizi. Ma questi dati, queste statistiche – tratte dagli ultimi programmi di sviluppo dell’ONU – danno il senso complessivo anche dei temi e delle problematiche che abbiamo affrontato oggi, perché se dietro a questi dati si nascondono realtà tragiche e complesse, celate molto spesso dall’uso neutrale del termine globalizzazione, è altrettanto vero che essi non ci parlano solo dei tanti Sud del pianeta ma anche drammaticamente di noi, delle periferie d’Occidente, delle periferie delle nostre metropoli come delle nostre apparentemente tranquille città di provincia. Le periferie, quelle fisiche e quelle sociali, che attraversano le città, i quartieri, le scuole, i posti di lavoro, quelle periferie immateriali che ci parlano quotidianamente di un’Italia in cui ancora oggi si muore di lavoro – come al Tyssen-Krupp – ma anche di malattia, di sopraffazione, di sfruttamento, di povertà.
Ma questi dati possono diventare – e in una certa misura lo sono già – parte di un pensiero nuovo, dove l’interrogativo sulla qualità dello sviluppo e la ridistribuzione delle risorse fa muovere le coscienze e diventa - soprattutto tra le giovani generazioni - una vera e propria domanda di senso, rispetto alla quale diventa per noi urgente capire se esiste lo spazio per una risposta “di sinistra”.
A mio parere questo spazio, questa possibilità, questa opportunità esiste nella misura in cui sapremo - come stiamo facendo oggi - elaborare un pensiero critico sulla modernità e sul nuovo capitalismo, fornendo chiavi di lettura dei cambiamenti e dei processi storici e sociali. Solo a partire da una critica - anche radicale - dell’esistente, infatti, una sinistra che non rinunci alla sfida del governo e a un profilo profondamente innovativo, anche nelle forme e nei linguaggi del “fare politica”, può indicare un progetto di cambiamento capace di rispondere ai sogni, alle aspettative, ai bisogni delle giovani generazioni, aprendo spazi di libertà e contrastando vecchie e nuove limitazioni della dignità umana: l’opzione della qualità sociale rispetto alle teorie della crescita indiscriminata, l’accettazione dell’economia di mercato ma non della società di mercato, la centralità del merito e del sapere e della conoscenza come motore di sviluppo e coesione sociale, il primato del benessere collettivo sul consumismo privato possono essere coordinate utili a definire un nuovo pensiero per una nuova sinistra, alternativo sia a chi ripropone stancamente soluzioni di tipo keynesiano sia a chi propone una logica di subalternità al mercato e al pensiero unico neoliberista.
Libertà, diritti civili e sociali, partecipazione, libero accesso ai saperi e alle nuove tecnologie, uguaglianza, solidarietà, pace e disarmo, ambiente e sviluppo sostenibile… il dialogo con tutti coloro che in nome di questi valori e di queste lotte non si accontentano di considerare questo come il migliore dei mondi possibili è oggi piu’ che mai necessario e indispensabile, soprattutto per noi che crediamo che fin quando nel mondo ci sono ingiustizie e disparità da combattere non sparisce la ragione d’essere del Socialismo, il cui patrimonio ideale e valoriale del resto nessuno di noi vuole ridurre a un elemento identitario di mera testimonianza ma semmai far vivere come elemento costitutivo di una identità nuova, capace di contribuire – in Italia e non solo – a ridefinire un rapporto tra società e Sinistra, riaffermandone in forme nuove i valori e la necessità.
Per questo a maggior ragione  dobbiamo impegnarci a far sì che la sinistra, chiamata oggi nel nostro Paese a ripensare e a ridefinire in termini plurali ma unitari la sua funzione storica, colga la domanda di senso che proviene dalle giovani generazioni rispetto a questo mondo sempre piu’ complesso, riconoscendo le loro diverse forme di impegno civile, anche quelle piu’ parziali, che esprimono in realtà una forte carica di socialità, la voglia di riprendersi spazi materiale e immateriali, per ricostruire legami di solidarietà in una società sempre piu’ competitiva, al tempo stesso lacerata e lacerante.
Un impegno che non ci spaventa perché noi lo conosciamo bene, per averlo condiviso in questi ultimi anni – attraverso molteplici esperienze politiche e sociali, studentesche e universitarie, generazionali e non – con una fetta importante della nostra generazione, e cioè non con il 4 o l’8 o il 20% degli intervistati dell’ultimo sondaggio demoscopico ma con i milioni di ragazze e ragazzi reali con cui abbiamo sognato e a volte anche costruito un mondo piu' giusto, in cui il destino degli uomini non fosse asservito e piegato alla logica del mercato e del profitto, in cui la guerra non fosse l'origine e la condizione permanente di un nuovo disordine mondiale, in cui la democrazia non fosse patrimonio e privilegio di una minoranza dell'umanità, in cui gli uomini e le donne non fossero merce ma cittadini. Mi riferisco a quella generazione, di cui noi siamo parte, che ha via via trovato nei Forum Sociali di Genova, Firenze, Parigi, Londra e Atene la propria casa, nelle grandi mobilitazioni contro la guerra in Iraq la propria piazza e nelle Marce per la Pace Perugia-Assisi la propria strada.
Ecco, a partire da oggi – proprio nel momento in cui tanti vorrebbero ridurre e relegare la presenza della sinistra nel nostro Paese a testimonianza – abbiamo, io credo, una responsabilità in piu’, quella di far vivere con ancor piu’ forza quelle lotte in cui si trovano tante risposte concrete e possibili a quella domanda di senso che attraversa la nostra generazione. E questo, care compagne e cari compagni, vuol dire tante cose… innanzitutto dare voce e gambe e forza al dibattito che stiamo sviluppando oggi, così da farlo proseguire e sviluppare ben oltre il 26 gennaio. Dobbiamo infatti, io credo, avere l’ambizione di fare di questo nostro appuntamento - in cui si sono ritrovate tante, diverse e plurali esperienze individuali e collettive - la prima tappa di un lungo percorso di lavoro che ci possa portare nei prossimi mesi non solo a far vivere queste aspettative, questi bisogni, questo nostro pensiero nuovo dentro il difficile ma entusiasmante processo unitario delle sinistre – contribuendo a definirne i caratteri politici e il respiro ideale - ma anche e soprattutto a far vivere quello stesso processo laddove quelle aspettative, quei bisogni e quel pensiero si vanno formando e cioè nelle scuole, nelle università, negli spazi sociali e di aggregazione, nell’eterogeneo mondo dell’associazionismo, nei movimenti… in una parola, nel mondo giovanile.
Per fare questo, è evidente, avremo bisogno di lavorare tanto, anche su noi stessi. E dovremo saperlo fare non solo con strumenti e modalità nuove, ma anche con parole, immagini e – aggiungo – suggestioni ideali nuove, radicalmente nuove. 
Con la consapevolezza di dover realizzare qualcosa di inedito, con tutte le difficoltà che questo comporterà, a maggior ragione in un quadro politico e sociale complesso e problematico come quello che caratterizza oggi il nostro Paese, compreso il disincanto e il distacco proprio dalla politica e dall’impegno politico che oggi attraversa e caratterizza gran parte dei nostri coetanei.
Con la consapevolezza anche – aggiungo – di non poter pensare la nostra elaborazione e azione politiche in solitudine, ma al contrario di doverle proiettare in un processo ampio e inclusivo, segnato da una profonda orizzontalità delle dinamiche partecipative e da una costante contaminazione politica e culturale con i tanti e plurali soggetti, associazioni, reti, network giovanili, politici, sociali, studenteschi e universitari con cui già oggi condividiamo un’idea comune di impegno politico e civile, un impegno che vive di speranze, di bisogni, di passioni, di idee, un impegno attraverso il quale anche le storie individuali assumono un senso diverso e maggiore nel loro farsi storia collettiva.
Del resto la politica per noi tutti penso sia ancora così: la si fa e la si pratica, per essa ci si batte, si soffre, si gioisce, si vince e si perde se la si sente come propria, se la si vive come parte di sé. Per questo tante e tanti di noi oggi sono qui e non da un’altra parte. E se è vero che un’organizzazione politica è sempre espressione di una parzialità, è altrettanto vero che in quella dimensione la  politica è per l’appunto un pensiero, un movimento di idee, un’intelligenza collettiva, è partecipazione attiva.
Anche per questo è urgente che la sinistra acceleri  il proprio processo unitario: non solo - nell'immediato -  per affrontare unitariamente la recente crisi del Governo Prodi, ma anche - in prospettiva - per dare all'Italia una grande, plurale, popolare e credibile forza di sinistra di cui, ogni giorno che passa, appare evidente l'assoluta necessità.
“Alle difficoltà reali che il Socialismo democratico non è riuscito a superare” – diceva Norberto Bobbio – “non si sfugge fantasticando di una terza via, ma rafforzando le organizzazioni che lo innervano”
Ecco, l’impegno politico che a partire da oggi spero potremo tutte e tutti condividere insieme è esattamente questo: un impegno che vive di passione e partecipazione di massa, del calore e dell’anima dei sogni e delle speranze di chi come noi lo intraprende giorno dopo giorno, con la consapevolezza che esso – anche quando si scontra con le difficoltà, quando diventa sacrificio – serve a costruire una società diversa e migliore da quella in cui viviamo.
Io non credo alla “fine della Storia”, ma al contrario penso ci sia ancora un fine della Storia, un fine che oggi debba essere proiettato nel futuro, chiamando nuovi protagonisti, nuove generazioni, consentendogli di partecipare alla costruzione di questo futuro, con le loro intelligenze, con le loro passioni, con i loro spazi, con le loro responsabilità.
E credo anche che la Sinistra debba avere un futuro in questa Storia. E noi abbiamo il dovere di provare a immaginarlo e a costruirlo collettivamente, a partire da oggi, a partire da questa sala piena di futuro.

di Samuele Mascarin




permalink | inviato da sdchieti il 2/2/2008 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I Giovani, la Sinistra
23 gennaio 2008


 

 L'Appuntamento è il 26 gennaio 2008 a Roma al Teatro Valle per la prima, speriamo grande, manifestazione di ragazze e ragazzi di Sd insieme a Mussi




permalink | inviato da sdchieti il 23/1/2008 alle 9:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
AREA GIOVANI dal sito nazionale
1 gennaio 2008

 Sinistra, futuro

Una sinistra capace di senso, capace di sé. Non è una sfida minimale quella che vogliamo porre in essere. Una sfida cominciata certo molti anni fa per quasi tutt* noi, quando abbiamo deciso di sfatare il tempo inteso solo come stasi, un tempo immobile che nulla aveva da offrirci se non la resa di ogni volontà di trasformazione. Questo è uno dei motivi che ci ha fatto scegliere l’azione politica, unita alla voglia che quella trasformazione potesse inclinare i disequilibri di questo mondo, invertendoli e generando possibilità ulteriori: pace, saperi inclusivi e aperti, un’ armonia responsabile tra persona e pianeta, una giustizia in rima col bene. Questa trasformazione non è avvenuta, anzi, più profonde sono le cause che inverano ogni speranza. L’epoca delle passioni tristi, per dirla con Benasayag, produce inquietudini e paure: le sole novità intorno alle quali ci si sente meno soli. Un assurdo, questo, privo di senso che seduce invitando a rinunciare a qualsiasi ricerca di un possibile diverso, di un altro reale. Ma se con ferocia questa realtà cerca di farci rinunciare a qualsiasi narrazione, con altrettanta forza dobbiamo reagire. Non solo per contrastare, ma per reclamare la nostra capacità di futuro. Partendo dalla ri-costruzione della memoria, che non è cedere ad alcun revisionismo o selezionare le  storie di cui si può continuare a gloriarsi, tutt’altro: è la capacità di esercitare in modo vigile e critico lo sguardo acquisendo esperienza da ciò che già fu esperienza. Questo consente la solidificazione delle idee: permette la creazione di cultura, di una cultura condivisa. Una cultura necessaria per la politica, che doti di strumenti e attrezzi necessari chi agisce come noi la politica per poter affrontare in maniera efficace i problemi insoluti, in cui lo stallo diviene crisi, la mancanza di risposte l’unica risposta data e il distacco tra il quotidiano e il politico  sembra farsi incolmabile. Partire da qui per cercare ancora, perché capire è scoprire il mondo, questo e un altro mondo possibile che durante la stagione dei movimenti anche noi abbiamo provato a immaginare e praticare. Una ricerca che non sarà facile e breve. Il 26 gennaio sarà una giornata dove misureremo i due tempi della sinistra, quello vissuto fin qui che ci ha visto partecipi di una rimodulazione del campo delle forze, e quello della forza che sarà, una suggestione che vuol farsi progetto, l’avevamo precedentemente definita, e un progetto che inizia a delimitarsi. Crediamo che l’8 e il 9 dicembre siano stati solo il primo, timido ma necessario, passo verso una sinistra larga, unita e plurale. Il primo passo verso quello che vorremmo fosse il nuovo socialismo e la nuova sinistra, una cultura politica che assieme vogliamo scrivere, cucendola addosso al nostro vissuto. Sarà, il 26 gennaio, la prima prova di una scrittura collettiva di una storia di cui vogliamo farci protagonisti e narratori insieme, come dire.. una wikisinistra, dove assumere assieme la responsabilità di individuare risposte e insieme di porre domande inedite. Pensiamo ad esempio alla precarietà intellettuale, nella duplice accezione di una precarizzazione di intelligenze svilite e vilipese da un sistema che non le accoglie, non le usa, ma le sfrutta al ribasso e le consuma senza coglierne la portata potenziale,  e di saperi precari che non forniscono più un’intellegibiltà a questo mondo e a questo tempo che rifiutano ogni accumulazione di senso che non sia prodotto dalle religioni o dal mercato. Crediamo, invece, nella creatività di cui siamo portatori come leva fantastica con cui muoversi dalla stasi all’estasi. E crediamo che ci vogliano per far ciò nuovi meridiani di pensiero per orientare e orientarsi. Questi vorremmo fossero temi primi da cui si inizi insieme a percorrere l’innovazione della sinistra, della nostra cittadinanza all’interno di essa, e con cui la sinistra possa tornare a farsi creatrice di futuro. Vogliamo rendere plastico il conflitto tra la/le generazione/i a(v)venire e i predoni del futuro.
Sarò una splendida occasione per incrociare le nostre idee anche con  compagn* con cui speriamo presto di camminare più stretti al fianco. Un’occasione per aprirsi anche a chi ci è vicino ma non sovrapposto, per ascoltarne il portato altro e farlo nostro. Un inizio di contaminazione che possa farsi sintesi ulteriore e avanzata. L’inizio di un nostro contributo pesante e pensante a SD e alla sinistra tutta che ci veda protagonisti a tempo pieno di un tempo che non vorremmo ci sfuggisse: il nostro.
Nell’attesa del 26 gennaio sin da subito chiediamo a tutte/i le/i  compagne/i di contribuire e costruire con idee, progetti, sogni, proposte e quant’altro su questo sito, sui nostri blog, su aprileonline, nelle sedi varie dove si esplica la nostra attività: scuole, università, sezioni, posti di lavoro, ecc..
Non vogliamo solamente inventare una nuova storia, vogliamo costruire un’altra realtà.

di Samuele Mascarin, Antonio Pataffio, Arturo Scotto




permalink | inviato da sdchieti il 1/1/2008 alle 18:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
COMUNICATO STAMPA DELL'AREA GIOVANI SD
30 dicembre 2007
Report del 1°Forum sulle politiche edilizie nella scuola e nell’università.

L’area giovani della Sinistra Democratica delle Federazioni di Chieti e Pescara giovedì 27 Dicembre hanno dato vita al 1° Forum sulle politiche edilizie nella scuola e nell’università.

Il dibattito iniziale è poi proseguito con la creazione di 2 gruppi di lavoro(scuola e università).

Alla fine dei lavori sono uscite azioni propositive che entreranno a far parte dell’agenda politica di SD dei prossimi mesi:

1. SCUOLA: sensibilizzazione sui diritti degli studenti in tema di sicurezza, attivando una campagna di conoscenza sulla 626;

creazione di un report sullo stato delle scuole nelle Province di Chieti e Pescara; creare un dialogo con le Istituzioni ed organi competenti

2. UNIVERSITA’: è stato creato un coordinamento con l’obiettivo di affrontare il problema delle case dello studente, e di proporre un tavolo di dialogo con le associazioni del mondo studentesco.

Claudia Ainis                                                      
Portavoce area giovani fed. SD Pescara                        

Maria Giovanna Iovito 
Portavoce area giovani fed. SD Chieti




permalink | inviato da sdchieti il 30/12/2007 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
ROSARIO RONDINO', 26 ANNI, GIOVANE LAVORATORE
19 dicembre 2007
da fradip, sd Penne

Ragazzo - Litfiba

Io vorrei sapere
Chi governa il mondo
E cosa gli direbbe
Uno che e’ senza lavoro

Vorrei sapere
Come si fa a cadere
E come puoi risalire
Senza farti male

Sono un ragazzo
Ricordatevi che esisto
Sono il re del Nulla
Mentre il Nulla ruba i migliori
Vorrei sapere
Perche’ non e’ reato
Fare la puttana di stato
Ed abusare ogni potere

E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca

Sono un ragazzo
Ricordatevi che esisto
Sono il re del Nulla
Mentre il Nulla ruba i migliori

Lavorare per contare
Non si puo’ dire che sia godere
Meglio impazzire
Che stare qui a vegetare

E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca





permalink | inviato da sdchieti il 19/12/2007 alle 23:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
DALL'INCONTRO DI ORTONA DEL 3 DICEMBRE
7 dicembre 2007
 

LA POLITICA, QUESTA SCONOSCIUTA

Il rapporto fra la politica e i giovani è una questione sempre attuale. E’ un argomento spinoso,e allo stesso tempo di grande interesse,con diversi aspetti che meriterebbero in egual misura di essere valutati e approfonditi,cosa che sfortunatamente tarda ad avvenire.
In effetti, il mondo della politica viaggia su una retta decisamente parallela al nostro universo,con il quale ha ben poco a che spartire. Le ragioni di questa situazione sono da ricondurre principalmente ad un enorme quanto reciproco disinteresse. Perché,diciamocelo,la politica al momento ha poco o niente da offrirci. Preferiamo,come è peraltro giusto che sia,trascorrere il nostro tempo a studiare,a uscire con gli amici,a praticare attività fisica e chi più ne ha più ne metta. Nelle nostre giornate così frenetiche non avanza spazio per altro.

E,se anche avessimo del tempo,lo dedicheremmo alla politica,così come molti ci spronano a fare? Gli uomini politici si riempiono la bocca con i nostri problemi,con ciò di cui abbiamo bisogno e ciò che non ci serve affatto...Ma sanno davvero di cosa parlano?Sanno cosa vorremmo che facessero per noi?Ci hanno mai chiesto un parere? Ebbene,la risposta a tutte queste domande è un secco no.

Se l’avessero fatto,così come d’altronde è stato chiesto a me,avremmo dimostrato che non siamo poi così poveri di argomenti,sappiamo bene ciò che succede intorno a noi e a noi e abbiamo chiara in mente l’immagine delle guide che vorremmo per il nostro Stato.

Se ci avessero interpellati,saprebbero che i nostri più grandi desideri per il futuro sono di formare una famiglia e realizzarci nel campo lavorativo;desideri che purtroppo,allo stato attuale delle cose,sono destinati a diventare inutili illusioni.

Il mondo del lavoro. Queste sono cose che impariamo già dai tempi della scuola e poi dell’università, quando dovremmo essere formati e condotti verso l’età adulta,pronti alle responsabilità che essa comporta. E invece cosa avviene? Succede che le nostre teste vengono letteralmente riempite di chiacchiere sulla legalità,sull’onestà,sulla meritocrazia-questo parolone che è sempre di più sulla bocca di tutti- ,quando poi di queste cose non c’è nemmeno l’ombra. Ciò che in realtà impariamo è che non sempre il migliore arriva primo;anzi,nella maggior parte dei casi non riesce nemmeno a salire sul podio. Impariamo che l’immeritevole furbetto riesce in tutti i casi a cavarsela,a fare strada nel mondo del lavoro accattivandosi le simpatie di chi conta- con mezzi leciti o meno- ,e la spunta sul “povero fesso” che ha sempre dato il massimo per ottenere,nella migliore delle ipotesi,il minimo. Sono cose che sicuramente tutti abbiamo già sentito dire, e questo potrebbe sembrare uno di quei soliti discorsi qualunquisti;ma non è affatto così.

Sono infatti tanti gli esempi che potrebbero essere fatti per dare credito a queste parole,esempi che coinvolgono i diversi aspetti del mondo del lavoro e,più specificatamente,le difficoltà dei giovani ad inserirvisi.

A cominciare dalla scelta dell’Università,quando cioè abbiamo ben chiaro,o quasi,quel che faremo da grandi. Supponiamo dunque che un giovane voglia iscriversi alla facoltà di Medicina e Chirurgia. Il suo background ci dice che viene da una famiglia della classe media,che ha ottenuto brillanti risultati scolastici,è pieno di buona volontà e non lo spaventa affatto l’idea di passare i prossimi dieci anni della sua vita sui libri;aggiungiamo la vocazione per il mestiere di medico,il che ovviamente è fondamentale. Così come per tutte le facoltà ad accesso programmato( “programmato” nel vero senso della parola,oserei dire) esiste un test d’ingresso,con 80 domande a cui rispondere.

Le possibilità che il giovane superi il test sono piuttosto scarse. E questo sicuramente non perché non vi arrivi sufficientemente preparato,ma perché magari il suo posto deve essere occupato dal figlio del medico,dal nipote dell’ingegnere o dall’amico del politico. E’ inutile coprirsi gli occhi di fronte alla verità;d’altro canto non è di alcuna utilità riaprire la questione,dato che tutti i giornali ne hanno parlato lo scorso settembre. Ma forse si potrebbe sottolineare che non è stato preso provvedimento alcuno in determinati atenei,che pure erano stati coinvolti nelle indagini(uno su tutti quello di Chieti - Pescara).

Chi non supera il test d’ingresso si iscrive allora ad una qualsiasi facoltà ad accesso libero. Coloro che non conoscono i meccanismi del mondo universitario sanno comunque che questi corsi sono sovraffollati,che le aule non sempre hanno posti sufficienti ad ospitare tutti(gli ultimi arrivati devono stare per 4-5 ore seduti sulle scale,cercando di non urtare con le proprie gambe il collo di chi è seduto sullo scalino immediatamente inferiore). Chi invece sa bene come funzioni l’Università è a conoscenza delle gravi carenze del sistema e della mancanza di organizzazione degli atenei :tutto è delegato ad Internet,sistema efficace quanto fragile. Vien da sé che chi non ha un computer in casa,o ha semplici problemi di linea,rimarrà tagliato fuori,non riceverà gli avvisi,non potrà prenotare gli appelli d’esame,non potrà parlare con i propri docenti(molti di questi infatti non ricevono nei loro uffici,ma si limitano a fornire il proprio indirizzo e-mail,senza peraltro rispondere all’eventuale posta),né potrà entrare in possesso dei più svariati tipi di documentazione presentandosi di persona in segreteria(che richiede,esige che tutte le varie “carte” siano in regola,ma che non è in grado di fornirle - come detto sopra,è tutto delegato ad Internet).

Esistono insomma diversi problemi,la cui soluzione sembra piuttosto lontana,visto che nessuno,a partire dal Ministero dell’Università e della Ricerca,se ne occupa seriamente. Se poi si aggiungono l’incapacità materiale di superare alcuni esami(soprattutto considerato che il mancato conseguimento di anche un solo esame porta lo studente ad essere “fuori corso”)resi impossibili da docenti insoddisfatti che sfogano la loro frustrazione sugli studenti,l’inesistente disponibilità dei professori stessi e il fatto di essere in tutto e per tutto “matricole”,è ovvio che arrivare alla tanto agognata laurea è un’impresa ardua. Addirittura disperata per uno studente fuori sede,costretto a lavorare per pagarsi gli studi e l’affitto della stanza.

Ma supponiamo che un giovane riesca a conseguire la laurea con un bel 110 e lode,e che finalmente si appresti ad entrare nel mondo del lavoro. Anche e soprattutto qui si trovano insormontabili difficoltà,eccezion fatta per i medici e gli ingegneri(che poi,guarda caso,hanno tutti gli stessi cognomi).Innanzitutto i giovani laureati in materie umanistiche,e insieme a loro anche i giovani matematici,sono di fatto esclusi e condannati alla supplenza nel luogo più sperduto d’Italia fino ed oltre i 40 anni,nell’attesa che si liberi un posto occupato da un professore plurisettantenne che non aspetta altro di poter andare in pensione(ma che non potrà farlo prima dei 90 anni,stando a come si evolvono i fatti).

Per tutti gli altri laureati è altrettanto difficile:la maggior parte delle aziende chiede come requisito primo un’elevata competenza già acquisita sul campo,il che ovviamente taglia fuori il neolaureato. Egli (o ella)è perciò indotto a frequentare corsi, i cosiddetti stage , che dovrebbero in teoria inserirlo direttamente nel mondo del lavoro. Non è purtroppo così: non solo questi corsi sono mal pubblicizzati(come del resto lo sono i concorsi in genere) e perciò non tutti ne sono a conoscenza,ma molto spesso vengono affidati a gente incompetente che pensa solo al proprio tornaconto e non insegna nulla ai ragazzi,che si trovano così al punto di partenza,o peggio ancora più confusi di prima.

Se è così difficoltoso per un giovane laureato inserirsi nel mondo del lavoro,figurarsi per uno che non si è iscritto all’università(e non perché non ami studiare,ma perché magari la sua famiglia non può permettersi la grande spesa che questo comporterebbe) come può essere complicato.

I datori di lavoro offrono il part-time,o al massimo un contratto a tempo determinato ,scaduto il quale si è di nuovo disoccupati.

E,se anche qualcuno riesce a farsi assumere a tempo indeterminato,il compenso è davvero irrisorio. Al massimo si arriva a 800-1000 euro al mese,non di più,ovvero quanto basta per le spese indispensabili.

Si parla dei giovani “mammoni”, “bamboccioni”,che a 30 anni non lasciano la casa dei genitori;come mai non si spende invece una sola parola per dire che i giovani non possono permettersi di vivere da soli,che il loro stipendio coprirebbe a malapena l’affitto di un monolocale? E ancora,si dice sempre che non nascono più bambini;e queste sono parole che sanno di ipocrisia: chi può sposarsi?E chi soprattutto può permettersi di avere figli e mantenerli in modo decente? Anche ammesso che si lavori in due,2000 euro non sono sufficienti per una giovane coppia e un eventuale bambino con l’affitto,luce,gas,acqua,telefono e condominio da pagare. Per non parlare poi dei generi alimentari,il cui prezzo sale di giorno in giorno,e dell’assicurazione per la macchina,che da sola costa quasi come tutto il resto.

Perciò,che si smetta di ciarlare e che si dia corpo alle parole:noi giovani siamo il futuro,ma molto spesso gli adulti lo dimenticano,oppure lo dicono con la stessa superficialità con cui si può chiedere di passare il sale,senza comprendere il significato di queste parole.

I giovani vogliono un lavoro sicuro e le condizioni economiche necessarie per vivere una vita serena e non arrivare con l’acqua fino al collo a fine mese. Non mi sembra che si stia chiedendo la Luna; con un po’ di impegno da parte di tutti,a cominciare dalle forze politiche,questa situazione potrebbe essere brillantemente risolta.

Dateci questo,e solleveremo il mondo.

Serena Maurelli e Sara D'Anniballe per l'Area Giovani SD Ortona




permalink | inviato da sdchieti il 7/12/2007 alle 18:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
UN IMPEGNO CHE VALE UNA VITA. PERSONALE E COLLETIVO
29 novembre 2007

Samuele Mascarin, l'organizzatore nazionale della Sinistra Giovanile ha lasciato quella organizzazione ed ha aderito a Sinistra Democratica (27 novembre 2007)

Queste mie righe vogliono essere senza troppa presunzione o prosopopea un modo per esternare in modo trasparente alcune considerazioni personali ma anche, al tempo stesso, rivolgere un saluto sincero alle compagne e ai compagni della Sinistra giovanile.
Infatti temo – per quanto non vi sia in ciò nulla di male o tanto meno di drammatico – che le strade di molti di noi, che in questi anni sono state pur nelle differenze e nella pluralità di sensibilità un'unica grande strada, oggi si dividano.
Inutile dire che sono il Partito Democratico, il profilo e le caratteristiche politiche che via via nel corso di questi ultimi mesi ha assunto tale progetto e i mutamenti che esso ha prodotto e produce nel quadro politico nazionale che mi portano oggi a maturare una scelta netta, molto sofferta dal punto di vista umano ma altrettanto serena da quello politico.
Infatti in questi mesi che ci separano dall’ultimo congresso nazionale DS, ho cercato di mettere in discussione i miei dubbi e le mie perplessità circa il progetto del PD. Dubbi e perplessità che, come sanno bene le tante compagne e i tanti compagni, non ho mai nascosto o dissimulato ma che ho semmai cercato - ritengo con una sufficiente dose di onestà intellettuale - di risolvere e superare impegnandomi in ogni passaggio della breve ma intensa fase costituente, non sottraendomi mai né al confronto né tanto meno ai doveri e alle responsabilità che ho sempre avvertito di avere, a prescindere dalle valutazioni e le analisi personali, nei confronti dell’intera Sinistra giovanile, un’organizzazione che per oltre dieci anni ha rappresentato per me e per tante ragazze e tanti ragazzi una grande opportunità di impegno e di lotta.
Ma questo tempo, almeno per me, oggi volge al termine. Innanzitutto perché quei dubbi e quelle perplessità sul progetto del Partito Democratico - a partire dal tema irrisolto del suo rapporto con la famiglia del socialismo europeo e internazionale - non sono state né risolte né superate, ma anzi sono cresciute fino a diventare convinta ed intima non condivisione di quella prospettiva politica. E poi perché con la nascita del Partito Democratico volge comprensibilmente al termine proprio l’esperienza della Sinistra giovanile, che è stata fin dall’adolescenza la dimensione politica e umana in cui ho vissuto e praticato una militanza appassionata e totalizzante, in cui ho potuto trovare le risposte a tante mie domande e aspettative, in cui ho potuto declinare e vivere collettivamente una forte tensione etica e valoriale pienamente rispondente ai miei personali convincimenti.
E del resto ad un’organizzazione politica si aderisce proprio per profondo convincimento personale. La politica per me è ancora così: la si fa e la si pratica, per essa ci si batte, si soffre, si gioisce, si vince e si perde se la si sente come propria, se la si vive come parte di sé. Magari non tutta intera, ma in larga misura sì. Un’organizzazione politica, un partito sono sempre espressione di una parzialità ma in quella dimensione la politica diventa qualcosa di piu’, diventa un sforzo comune, una storia collettiva.
E l’impegno politico che in questi anni ho avuto la fortuna di vivere è stato esattamente questo, quell’impegno politico che per intenderci - come diceva Enrico Berlinguer - può riempire degnamente una vita. Un impegno che non vive – almeno così ho sempre pensato e penso tuttora – senza passione e partecipazione di massa, senza il calore e l’anima dei sogni e delle speranze di chi lo intraprende giorno dopo giorno, senza la consapevolezza che esso serve – anche quando diventa sacrificio – a costruire in prospettiva una società diversa e migliore da quella in cui viviamo, piu’ giusta e inclusiva, piu’ aperta e democratica.
Questo impegno – avvertendo di non poterlo far vivere secondo le mie sensibilità nel nuovo partito - scelgo oggi di proseguirlo a sinistra, nella speranza di poter continuare a far vivere quella tensione ideale nel campo della sinistra democratica e socialista.
Per questo oggi, dopo aver rimesso il mio mandato di Organizzatore nazionale della Sinistra giovanile, scelgo di aderire al movimento di Sinistra Democratica: non solo per impedire che nel nostro Paese scompaiano le parole “sinistra” e “socialismo” ma anche per provare a dar maggior forza alle ragioni della sinistra laica, democratica e riformista a fronte da un lato della deriva moderata del PD e dall’altro del percorso di rinnovamento intrapreso da una sinistra che tenta finalmente di essere plurale e unitaria al tempo stesso.
Un percorso personale il mio, che si somma però in questi giorni a quello di tanti altri compagni della Sinistra giovanile, consapevoli quanto me che la tensione etica e ideale delle scelte personali ha un valore e un senso diverso e maggiore quando riesce a vivere in una dimensione in cui ogni pensiero, idea, intelligenza, sforzo e impegno sono collettivi.
L’impegno nuovo che oggi scelgo è esattamente questo. E non può che essere a sinistra.


 




permalink | inviato da sdchieti il 29/11/2007 alle 14:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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